Cibi
fantastici, la perfezione di un uovo... Per usare una similitudine
che sia in tema, si potrebbe dire che Cibi
fantastici di Silvano Antonelli al debutto
al “Giocateatro Torino 2008”, è
un uovo. Dell’uovo ha la semplicità e
la perfezione delle piccole dimensioni, la completezza,
l’alta capacità di nutrire chi se ne
ciba. Non contiene nulla più del necessario,
ma tutto ciò che contiene è assolutamente
necessario, a se stesso e a noi, senza limiti d’età.
Poi, cosa per nulla secondaria, piace.
Il pubblico, tutto, al termine dello spettacolo ha
il sorriso più o meno accentuato di chi è
soddisfatto, come dopo un buon pranzo fatto con la
compagnia giusta. Appunto.
Stilema/Unoteatro è una Compagnia storica del
Teatro Ragazzi, ed è tra le poche , se non
l’unica, ad essersi posta il problema del ricambio
generazionale, del passaggio di testimone, coltivando
il desiderio di condividere con persone più
giovani un metodo di lavoro che non può prescindere
dal pubblico cui è rivolto. La formazione di
nuovi attori , in diretto rapporto col mondo dell’infanzia,
ha dato l’opportunità a tre giovani interpreti
di affiancare Antonelli negli incontri e nel lavoro
di animazione con i bambini da cui scaturisce il materiale
con cui realizza ogni suo spettacolo. Poi, ad Alice
Malerba, Giulia Menegatti e Chiara Vighetto, questi
i nomi delle tre attrici, è stata affidata
l’interpretazione di “Cibi fantastici”.
La loro è stata una prova convincente, una
scommessa vinta con freschezza e generosità,
cui ha dato forte sostegno l’inattacabile solidità
della struttura drammaturgica. La grazia, l’ironia
e l’intensa leggerezza delle verità raccontate
ha poi fatto il resto: perché si parla di cibo
ma anche e soprattutto del significato profondo insito
nel nutrire e nell’essere nutriti ; perché
si racconta di bimbi che non vogliono mangiare, di
grandi che insistono,di pic nic bellissimi e di nonne
che insegnano a fare una torta. Perché almeno
una volta quelle cose le abbiamo dette, ci sono capitate,
le abbiamo vissute, le abbiamo pensate. E chissà
come ce ne eravamo dimenticati. Monica Bonetto
Né
religioso, né laico, ma solo profondamente umano:
Un sogno per Maria
Una giovane donna si fa interprete della figura forse
più emblematica della religione cristiana, simbolo
della assoluta remissione al volere divino, puro grembo
immacolato, strumento umano di un disegno celeste cui
è impossibile ribellarsi, e le dona lo spazio
di un sogno.
Le concede la femminilità e la paura, il dubbio
e l’audacia, la volontà e la debolezza.
Alla vergine madre che sarà, ricongiunge la bambina
che è appena stata, ne racconta la solitudine,
ne condivide i desideri, i giochi, la musica, i respiri.
Al destino che non contempla vie di fuga, sottrae il
tempo segreto dei pensieri che si fanno domanda, la
speranza prepotente di una possibiltà di scelta,
ciò che resta di una notte di stella cometa,
quando una madre culla tra le braccia il suo bambino,
ancora soltanto suo, ancora soltanto un bambino. Né
religioso, né laico, ma solo profondamente (e
mai banalmente) umano, il percorso compiuto da Silvia
Battaglio per la costruzione del suo Un
sogno per Maria è esemplare per
coerenza e stile: una ricerca accurata e di ampio orizzonte
che affianca l’intensità struggente delle
parole di Erri De Luca a quelle tratte dalla Bibbia
e dal protovangelo di Giacomo; che sposa la luminosa
essenzialità dei versi di Mariangela Gualtieri
alle riflessioni sulla condizione femminile di giornaliste
come Barbara Alberti.
Con la ricca messe così accuratamente selezionata
a misura della propria sensibilità, l’attrice
torinese sfodera ottime e variegate qualità espressive
alternando teatro di parola, teatro danza, canto.
Ma sono proprio l’intelligenza e la maturità
artistica ormai consolidate di Silvia Battaglio a far
desiderare da lei qualcosa in più: il coraggio
di abbandonare gli spettacoli-collage, per quanto formalmente
ineccepibili, per elaborare un allestimento originale
che osi l’inedito, che abbia parole proprie, che
dia voce alla sua poetica, che azzardi una nuova creatività
permettendole di mettersi in gioco sino in fondo. Restiamo
in attesa, curiosi e fiduciosi. Monica Bonetto
Gymnasium Dipingono, recitando e danzando,
l’adolescenza: rosea e plumbea, sudata e pensante,
volgare e sublime. I consequenziali quadri di Tecnologia
Filosofica, scaturiti nel nuovissimo Gymnasium,
presentato il 9 maggio in prima nazionale alle Officine
Caos, sono di squisita fattura. Bravo davvero il quintetto
capitanato da Stefano Botti (che firma anche la regia)
ed Aldo Torta, ma meritano la citazione anche gli altri
componenti: Francesca Cinalli, Rebecca Rossetti, Renato
Cravero. La compagnia era stata notata nella scorsa
edizione della rassegna-concorso per gruppi giovani
Rigenerazione, risultando una delle quattro premiate.
Ha dimostrato, in questo lavoro, che segue l’ottimo
Comuni marziani (sull’ancora delicato
tema dell’omosessualità), di svolgere autenticamente
un percorso di ricerca, sapendosi rinnovare anche nei
metodi. Se Comuni marziani è nato sulla scorta
di numerose e vive esperienze laboratoriali sul territorio,
Gymnasium ha un substrato letterario: l’ispirazione
è venuta dall’esame di tanti saggi e dissertazioni
cartacee. Però, se l’esigenza di raccontare
qualcosa è forte e si posseggono i mezzi espressivi
per traslarla in palcoscenico, non ha peso l’origine
di un’idea: Gymnasium
è bello, scorrevole, intelligibile, divertente,
ma anche malinconico, surreale e corporeo. Come quando
i ragazzi appaiono indossando successive divise sportive,
intenti ad ipotetici frammenti di lezioni in palestra,
o come quando si apprestano alla doccia, denudandosi,
celiando, vestendo coloratissimi asciugamani. Gymnasium
parte dagli sport e delinea, strada facendo, l’opprimente
vita collegiale, gli innamoramenti precoci e la scoperta
del sesso, il rito liberatorio del travestitismo in
discoteca. Da ultimo, ma non meno importante, l’efficacia
della scenografia: evidentemente povera ma ricchissima;
tre armadietti, viaggianti, mutevoli, bucati, sorprendenti,
per una pièce sapida, intelligente, armonica.
Maura Sesia
La
notte degli assassini È visivamente intrigante
l’ultimo lavoro del Piccolo Teatro d’Arte
e del Quintetto Architorti, proprio per la presenza
in scena dei componenti di quest’ultimo, che assisi
su cubi a delimitare lo spazio, in abiti settecenteschi,
prendono vita al pari di automi musicali che scandiscono
il tempo dell’azione: un tempo ciclico, senza
requie, infinito.
La storia, che si perpetua sulla scena come un rito
senza catarsi, è quella di tre ragazzini, tre
fratelli, che giocano a rievocare l’assassinio
dei propri genitori. Non c’è candore: c’è
solo spietatezza e psicodramma in un vortice di scambio
di personalità consumato tra finzione e realtà.
Sembrerebbe una storia rubata al nostro quotidiano impazzito,
invece La notte degli assassini è tratto da un
lavoro degli anni Sessanta del drammaturgo cubano José
Triana, ora riproposto con la regia di Claudio Ottavi
Fabrianesi, che certo deve ancora trovare una via per
imbrigliare l’irruenza e l’accademismo dei
suoi giovanissimi ma talentuosi attori: Christian Burruano,
Elena Ramognino, Rossana Peraccio e Martina Scandola.
A loro e agli Architorti, capitanati da Marco Robino
(cui si deve un fremito di violenta teatralità)
gli applausi d’una sala gremita. Alfonso Cipolla La notte degli assassini
da J. Triana, Piccolo Teatro d’Arte – Architorti,
Cavallerizza per il Mas Juvarra il 12 aprile 2007
Video
e fisicità: il Barrito degli angeli Lo stile della compagnia
Barrito degli Angeli si chiama espressione corporea; in
voga tempo fa, ora è un genere quasi desueto. Questo
però è uno dei molti aspetti interessanti
dell’ensemble capitanato da Fabrizio Galatea, che
ha proposto, al debutto nazionale presso le Officine Caos,
Atti Belli. Perché sarebbe un gruppo di
spinta sperimentazione, di primo acchito. La stagione
gloriosa della ricerca si è da tempo ingolfata.
Allora vanno percorse strade altre, che rasentino magari
l’artigianato del palcoscenico. Espressione corporea
non è prosa e non è danza. Non è
nemmeno una commistione tra le due, si apparenta di più
con il mimo: è azione di corpi muti, che però
non imitano ma fanno. Da anni Il Barrito miscela bene
video e fisicità: nessuno dei due aspetti prevale.
Il video è scenografico, ma anche incisivo, pregnante
in sé, i corpi si correlano con le immagini mantenendo
una loro autonomia. E soprattutto, si scorge in questi
strani ma ironici e divertenti lavori, il gusto dell’imperfezione
umana. Ci sono anche oggetti, lampadari, lampadine nel
caso specifico, che possono sfiorare un volto non esattamente
come si era definito in prova. Questo però (si
percepisce) rientra nel progetto complessivo. Impeccabili
i video, raffinati, intriganti, non esageratamente decifrabili,
ma non è un problema. Atti Belli sarebbe dedicato
all’astrofisica. Quattro bravi performer, Claudia
Appiano, Elena Bosco, Marco Duretti, Stefania Manca, si
svegliano in un ambiente agli albori dell’universo
e scoprono via via le mirabilia della luce e dell’energia,
elettroni, neuroni, fotoni. Attraverso un agitarsi ed
un assopirsi, tramite un linguaggio di ombre che oscura
temporaneamente e parzialmente gli schermi, lo spettatore
ha la sensazione di trasmigrare tra le galassie. E’
un gioco, sapido, leggero. Rende giustizia au jeu des
comédiens. Maura Sesia
Atti
di ordinario esercizio democratico – Atto preparatorio Può essere labile il confine tra prassi
quotidiana e arte. Non necessariamente la seconda
supera la prima, per ricchezza di stimoli o semplice
capacità di attrarre l’attenzione. Dall’arte
ci si aspetterebbe stupore, incanto, la percezione
di un’esigenza forte, la volontà di trasmettere,
per vie più o meno intelligibili, qualcosa;
o anche niente, ma quel niente è di per sé
qualcosa. Non sempre si valica il limite tra normalità
ed eccezione. Così purtroppo le intenzioni
di Loss (laboratorio operativo sistema sensibili),
espresse nella performance Atti di ordinario esercizio
democratico – Atto preparatorio I ospite
delle Officine Caos, stagnano in un bozzolo di idee
che non si è mutato in farfalla, in azione
significante. Restano lì, prevedibili, tediose,
avulse. E chissà perché i tre, pur buffi,
performer si muovono rigorosamente in mutande e scarpe
rosse con tacchi a spillo. Se il senso dei movimenti
è uno sberleffo alla gestione del potere, alla
violenza che il potere attua su chi lo subisce ed
al contempo su chi lo detiene, all’utopia democratica,
il pubblico impiega pochi secondi a comprenderlo e
questo sapere non lo accresce. Lo spettatore assiste
a quarantacinque interminabili minuti di una sorta
di gioco di società, in cui i tre protagonisti
sono alternativamente Delegati o Rappresentanti del
Sistema; accade che uno o una, nominato Delegato,
ordini o suggerisca ai due Rappresentanti di cantare
senza emettere suoni, camminare a quattro zampe, ascoltare
il cuore dell’altro, cascare a terra. Ulteriore
interrogativo agli astanti, lo pone la ripartizione
della performance in Atto n.1, a cui farà seguito
(ma non a Torino) un Atto n.2. Quando si fruisce anche
di risorse pubbliche locali, sarebbe forse doveroso
creare qualcosa di compiuto, perché, volenti
o nolenti, si deve rendere conto ad una certa collettività.
A completamento della serata è stato proiettato
il video Untitled Portrait su anonimato e solitudine.
Giocateatrotorino Fervono plurime attività
alla Casa del Teatro Ragazzi, che ha ospitato buona
parte del festival internazionale per le nuove generazioni
GiocaTeatro2008; c’è un lavorio continuo
sul territorio da parte delle compagnie che abitano
questa invidiabile struttura, svolto con acribia, perlustrando
e vivificando il quartiere. Al punto che anche Scalette
Mobili, cioè il risultato del Laboratorio di
Teatro Urbano curato da Bobo Nigrone di Onda Teatro,
ha avuto l’onore di comparire, senza sfigurare,
nel cartellone del festival, tra pièces ottime
(come il rodato ed adatto a tutti Grande Finale della
Compagnia danese Batida, qui in prima nazionale), belle
(come la vincitrice Favolosofia della Fondazione Teatro
Ragazzi e Giovani e Nella Cenere de I Teatrini di Napoli),
graziose, mediocri, brutte (come purtroppo Una strada
nel bosco di Scarlattine Teatro). Onda Teatro sta appunto
promuovendo un laboratorio aperto alla cittadinanza,
proiettato sulla Piazza Olimpica, per interrogarsi sulle
dinamiche metropolitane, prestando attenzione alle sensibilità
dei residenti ed alle loro aspettative. Da questo progetto
ha preso forma, con quindici interpreti quasi tutti
non professionisti, una performance scattante, ariosa,
divertente, non scevra di sorprese: curiosa d’impianto,
con prima molta azione, poi molta parola; con l’evidente
buona assimilazione dei concetti di tempo e di spazio
scenico da parte degli attori. Magari il lavoro sfocerà
in un allestimento “urbano” di Onda Teatro
o forse proseguirà il suo percorso fuori dai
circuiti commerciali, ma incuneato tra il popolo dei
caseggiati prospicienti lo stadio comunale. Magari fioriranno
nuovi professionisti. Il senso primo però è
il radicamento della Casa del Teatro Ragazzi, delle
anime che la rendono così vitale. L’essere
riconosciuta come autentico luogo di svago e di cultura
da parte della gente. Si confida che nella prossima
XIII edizione del festival, ad aprile 2009, ci sia ancora
una testimonianza di questa natura. Maura Sesia
Suonanapoli...oppur
muori! È raffinata ed esilarante
Suonanapoli...oppur muori! Tre ottoni alla Corte
di Gengis Khan, un’operina buffa allestita
dal Laboratorio Permanente di Ricerca sull’Arte
dell’Attore, ospite della stagione Progetto Rettilario
della Fondazione Teatro Piemonte Europa. Un ricamo prezioso
di Domenico Castaldo che ha firmato regia e drammaturgia,
costruendo una storia che si nutre di musica ma ammicca
simpaticamente alla prosa, alla comicità, smontando
e sviscerando con grazia tanti luoghi comuni partenopei
o molte iatture napoletane, come la famigerata immondizia,
o la delinquenza, o il traffico. Qui c’è
la pizza, il caffé, gli standard melodici ben
arrangiati e suonati dai bravi Carlo Beltrami, Gianni
Maestrucci, Francesco Meucci, Gianluigi Paganelli, Davide
Sanson. C’è soprattutto la capacità
di arrivare ad un pubblico vasto, non necessariamente
melomane ma che dalla musica si lascia languidamente
rapire, anche perché una surreale vicenda sutura
i brani sonori. Non esistono vincoli temporali, passato
e presente sono amabilmente pasticciati. Tre viaggiatori
di commercio si insinuano nella tenda di Gengis Khan
cercando di convincerlo a sostenere un’impresa
redditizia; le ipotesi di businnes si ispirano alle
grandi città ma sono respinte, soltanto Napoli
suscita la curiosità del principe, ed allora
il terzetto si ingegna a presentare la metropoli meridionale
in tutte le sue sfaccettature. E mille spassose sorprese
nascondono scatole e bauli trascinati in scena all’inizio.
Tra virtuosismi ed ilarità, via via Gengis Khan
è conquistato, dal caffé, dalla pizza,
dalle danze. Da sottolineare sia l’efficace presenza
scenica del quintetto di musicisti, che riecheggiano
la linea espressiva del teatro musicale sdoganata dalla
Banda Osiris, sia l’efficace e fantasioso impianto
complessivo di scenografia e costumi, che deve la propria
ideazione al Laboratorio Permanente.
Maura Sesia
Per
una pièce multimediale
Le contaminazioni tra generi artistici sono il pane
quotidiano delle compagnie giovani, naturalmente impegnate
in progetti di ricerca. Difficile è trovare la
giusta armonia tra gli elementi. MusicARTeatro è
una realtà composta in primis da provetti musicisti,
Paolo Cipriano e Valentina Mitola (che da band si chiamano
Supershock), poi da attori, cineasti, creativi in ambito
figurativo e luminoso. Guerra eterna menzogna.
Voci, immagini e suoni dall’orrore si presenta
come una pièce multimediale, che raduna, in prima
assoluta sul palco del Teatro Baretti, pannelli sbrindellati
su cui sono proiettati video ed immagini fantastiche,
due attori (Mattia Mariani e Silvia Nati) ed un trio
di chitarra, basso, batteria, ovvero Cipriano, Mitola
e Alan Brunetta. L’idea è di spiattellare
la guerra nella sua atrocità a partire da quella
che fu detta Grande, attraverso corpi, voci e visioni,
per risvegliare lo spirito critico. Ma qualcosa non
vira per il verso giusto. Gli attori incarnano il poeta
soldato scozzese Siegfried Sassoon, milite nel 1914-18
e provato oltre ogni sofferenza, ed una donna di bianco
vestita, tra crocerossina ed angelo. Declamano versi
aulici, con freddezza e sicumera che stona, ma forse
dissonanti sono proprio le parole scelte, distanti dal
pubblico contemporaneo. Nonostante i pregevoli interventi
sonori, rabbiosi ed incalzanti, onirici e melodici,
contrappunto alla prosa, ed il ricco apparato video,
più intrigante nella parte astratta che in quella
documentaristica, il lavoro non acquista il valore di
altre precedenti performance che hanno visto il coinvolgimento
dei Supershock, specializzati in ottime sonorizzazioni
originali di classici del cinema muto, proposte rigorosamente
in spazi teatrali. Qualche passo è stato fatto,
nel percorso di avvicinamento ad una forma di spettacolo
che integri scenografia, prosa e suono, senza che nessuno
di questi aspetti prevalga. Resta ancora un po’
di strada da fare.
Maura Sesia
E tu
chi sei? Per cinque anni la Compagnia
3001 ha affiancato il dottor Pietro Secreto, geriatra
dell’ospedale Molinette di Torino, in un progetto
dedicato al tema dell’assistenza ai malati di Alzheimer.
La conoscenza approfondita delle tematiche legate alla
malattia, l’esperienza emotiva maturata con la frequentazione
dei malati e dei loro famigliari e la serie di contributi
artistici pensati e realizzati ad hoc ha portato infine
ad uno spettacolo teatrale che si presenta come una sorta
di tappa finale del percorso compiuto.
Si intitola E tu chi sei?, è stato scritto
e diretto da Alberto Gozzi, ed è andato in scena
il 5, 6 e 7 febbraio alla Cavallerizza Reale nell’ambito
della stagione “Faces” del Teatro Baretti.
Il rischio insito in un’operazione del genere è
stato chiaro sin dall’inizio a un drammaturgo navigato
e sensibile come Gozzi: indulgere nella drammaticità
della situazione narrata, o nell’eccessiva minuzia
didascalica di dati e particolari clinici non avrebbe
giovato, anzi avrebbe compromesso il fine ultimo della
rappresentazione, quello cioè di stimolare la riflessione
sulla gravità di una malattia che distrugge la
memoria di una persona ed insieme ad essa gli equilibri
e l’esistenza di chi le vive accanto. Così
la via battuta è stata quella dello straniamento
e della stilizzazione, diversificando i piani narrativi
e i luoghi dell’azione teatrale, contaminando i
generi, mettendo in scena l’incontro-scontro tra
tre fratelli riunitisi per decidere le sorti della madre
malata, ma anche i ricordi frammentati e narrati fuori
sincrono dell’anziana donna presente solo su uno
schermo, e poi ancora spezzoni di filmini amatoriali d’epoca,
e la muta relazione tra una bimba senza tempo e la sua
governante.
Il tentativo è comprensibile e condivisibile, gli
interpreti lo perseguono con convinzione, purtroppo però
il risultato è lontano dalle aspettative: l’assemblaggio
dei vari elementi pare confuso e pretestuoso, il testo,
nell’inseguire toni da commedia, perde incisività,
la ricerca di leggerezza porta ad una recitazione monocorde,
che si muove in superficie, senza calore. Paradossalmente,
in alcuni momenti, le immagini dei filmini proiettati
sembrano essere le uniche in grado di emozionare, evocare,
alludere, raccontare. Compiti cui il teatro non può
permettersi di abdicare. Monica Bonetto
Rosetta
fu di liberamenteunico... E’ una verità
semplice, lapalissiana, ma spesso trascurata e vilipesa.
Arte non equivale ad industria. Non può, la creazione
artistica, sottostare a precisi ed imposti ritmi produttivi.
Talvolta buone intuizioni hanno necessità di sedimentare,
per sbocciare poi, magari prosciugate, cesellate, finalmente
icastiche. Come è diventata Rosetta fu, opera di
Barbara Altissimo per la sua compagnia di teatro-danza
Liberamenteunico, intuita quasi cinque anni fa e maturata
ora, nel bel riallestimento ospite della Stagione Caos
07/08.
Simile al modello primigenio ma distante per rigore, questa
nuova versione sfronda le pedanti ed ammiccanti sottolineature
che annebbiavano, anni fa, le buone idee alla base. Ne
deriva un lavoro sensato ed ironico, ridente ma pregno
di malinconia. Un groviglio di trame, ma è di espressione
corporea che si tratta, quindi giustamente sfuggente ai
dettami della logica corrente, da cogliere per emozioni
ed immagini e non con l’intelletto. Una mistura
di solitudini, negli automatismi della vita odierna, nell’indifferenza
degli altri, nelle paure, negli esibizionismi, nella voglia
di emergere o di annullarsi. La vita fa male come camminare
scalzi su un letto di rose bianche, non c’è
poesia nei piedi piagati. Ma è anche buffo, tragicomico.
E’ stata ben riposta la fiducia in questo giovane
ensemble, che si autodefinisce composto di molti non-professionisti.
Non è esatto. Sono semi-professionisti, gente che
non riesce a vivere solo di arte ma che in palcoscenico
è a suo agio e ha doti espressive di tutto rispetto.
Si evince, nei quadri ideati da Barbara Altissimo, il
talento di gestire i corpi negli spazi, colmandoli, vivificandoli.
Non solo. La coreografa-autrice infittisce la pièce
di sorprese: tutto ha una funzione ma non tutto è
strumentalizzato; hanno la medesima dignità oggetti
sospesi o posati in un canto (che restano inutilizzati),
delle luci, dei costumi o degli interpreti che li indossano.
Teatro è questa magia di complesso, nella sapienza
di evocare, alle fantasie dei singoli spettatori, altri
mirabili ambiti in cui perdersi. Maura Sesia
On pense a
vous alla Casa del Teatro ragazzi e giovani
Ci sono spettacoli per bambini, per ragazzi, per adulti;
per addetti ai lavori e per profani; ci sono spettacoli
colti e popolari, tragici e comici. E poi ce ne sono
altri che fatichi a incasellare, che sfuggono all’ovvietà
delle classificazioni, che hanno una loro grazia intrinseca,
che procedono per inaspettate associazioni, che sfidano
tabù consolidati con sfacciata, divertita determinazione.
Parlare ad esempio di ciò che non c’è,
o c’era e non c’è più, della
struggente consistenza dell’invisibile, del
calore necessario della nostalgia, del dolore altrettanto
necessario della morte, è poco consigliato,
soprattutto in uno spettacolo rivolto all’infanzia.
Manca di attrattiva, non è rassicurante, rischia
di essere troppo destabilizzante.
Poi però ci si imbatte in On pense a vous
di Marianne Hansé (coprodotto nella versione
italiana dalla Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani)
e tutto si rimescola: l’attrice-pittrice del
Théatre de Galafronie racconta, ma è
una storia senza trama; dipinge, ma sono quadri in
continuo mutamento, dove una scarpa diventa un bus
e l’erba è blu; recita, ma il personaggio
principale è la sua immaginazione, al tempo
stesso dannazione e salvezza, strumento di viaggio,
consolazione.
Accoglie il pubblico nella sua casa - laboratorio,
una yourt, tenda nomade nella quale non esistono angoli
in cui qualcuno possa sentirsi in disparte, e tutti
siedono su tappeti. Succede poco altro: confidenze,
aneddoti, pennellate di colore su fogli bianchi, e
la magia di occhi che sono lì sin dall’inizio
ma che nessuno aveva visto.
Marianne parla ad adulti e bambini allo stesso modo,
anche quando racconta di sua sorella, che non c’è
più, e delle lacrime di sua madre, e di sua
figlia ormai cresciuta e lontana, e del desiderio
di averla ancora una volta tra le braccia. Sorride,
si arrabbia, si commuove. E lo fa con l’urgenza
di chi ha scoperto il proprio modo per poter stare
al mondo senza tradirsi, di chi attraverso l’arte
ha imparato a curare ferite, creare legami, vedere
e raccontarsi. Così, poco importa per chi siano
spettacoli come questo: l’importante, è
che continuino ad esserci. Monica Bonetto
A
proposito di Glengarry Glen Ross
Il progetto è di Massimo Giovara, Benedetta Francardo
e Roberto Zibetti alias ‘O Zoo Nô: hanno deciso
di mettere in scena uno dei testi più belli scritti
negli ultimi 30 anni, un perfetto meccanismo drammaturgico
in cui la parola è e contiene tutto, apre e chiude
scenari, muove e paralizza muscoli e anima, dice semplicemente
per trasformare poco dopo quella stessa semplicità
in complessi, inaspettati scarti di significato, ribaltando
la prospettiva, eludendo l’evidenza. Ci riferiamo
a “Glengarry Glen Ross”, testo che procurò
al suo autore, David Mamet, un tripudio di premi e riconoscimenti
e che sfociò in un film che radunava interpreti
del calibro di Al Pacino, Jack Lemmon, Kevin Spacey, Ed
Harris, Alec Baldwin. Insomma, una bella scommessa quella
degli ‘O Zoo Nô.
Per realizzarla, Giovara e Francardo hanno chiamato alcuni
attori torinesi con cui condividere l’avventura
scenica(Pasquale Buonarota, Gianluca Gambino, Riccardo
Lombardo, Mariano Pirrello, Sandro Pisci) e Michele Di
Mauro cui affidare la regia. E hanno scelto di proporre
al pubblico ciò che hanno definito una “lettura
concertata” del testo. Così, sul palco della
Cavallerizza sono state sistemate tante postazioni di
lettura, una per ogni attore, ma senza alcuna assegnazione
fissa: ai piccoli totem muniti di microfono, telefono
e luce, si avvicendano i personaggi della piece in un
isolamento fisico che allude con forza a quello ben più
profondo che ciascuno di loro vive. Sono i detriti del
sogno americano, sono le incrostazioni sullo sfavillio
fasullo del benessere e della ricchezza, svendono residui
di dignità in una partita truccata, persa prima
di cominciare. Non c’è salvezza, ma al suo
posto, stratificato, il magma di cui siamo fatti. E tutto
questo, in particolar modo in una lettura, deve passare
attraverso le parole. E’questa la bellezza del testo
ed insieme la sua difficoltà. Ed è questa
la vera scommessa, vinta non del tutto dagli interpreti
in scena, pur con picchi di notevole intensità.
Prezioso, a tratti indispensabile, il sostegno onnipresente
del commento sonoro. Monica bonetto
La
mia vita con Mozart
Nella raffinata cornice delle scenografie in video di
Daniela Vassallo, si snoda un curioso epistolario, incastonato
in palcoscenico ed affidato all’esperienza dell’attore
Giancarlo Dettori: è La mia vita con Mozart,
prodotto dall’Associazione Liberipensatori Paul
Valery insieme a Il Contato di Ivrea e presentato presso
il Teatro Agnelli nella stagione Insolito, curata di
Assemblea Teatro. La pièce nasce per onorare
il 250° anniversario della nascita di Mozart. La
regia è di Oliviero Corbetta ed il testo è
di un grande narratore e drammaturgo transalpino, Eric-Emmanuel
Schmitt, che descrive in realtà il proprio rapporto
privilegiato con lo straordinario compositore. Il protagonista
rammenta un desiderio annichilente, maturato da ragazzo
e spazzato via dalle suggestioni della musica di Mozart.
Molti brani trapuntano lo scorrere delle parole, melodie
incarnate dai movimenti di un trio di mimi, che suona
strumenti invisibili dietro il telo su cui sono proiettate
bellissime immagini di parchi, natura, alberi, migrazioni
di uccelli, lungo il fluire delle stagioni. Le figure
mute dei bravi Anna Cuculo, Emilio Frattini, Fabio Bellitti,
sono espressive nella loro magica parvenza. Dettori
è quasi sempre seduto su una panchina, sfoglia
un quaderno d’appunti dove sono custodite le missive
a Mozart, ne legge alcune che dimostrano l’immortalità
del musicista, foriero di gioia e benessere. Frasi semplici
e sfaccettate, riflessive, testimonianza di amore e
riconoscenza, concepita in gioventù e durata
una vita. Un messaggio da passare alle nuove generazioni,
infatti, nei momenti in cui il monologante si assopisce,
appare una ragazzina (Camilla Eula), che gli sfila il
notes e lo studia attenta ed attratta. Ma. L’idea
di accollare queste frasi ad un interprete davvero anziano,
con annosa e prestigiosa pratica di palcoscenico alle
spalle, non convince del tutto. Talvolta si è
troppo schiavi del proprio personaggio per lasciarsi
plasmare docilmente da una nuova avventura creativa.
Qui si avverte una nota stonata, l’unica, ma che
smorza il piacevole effetto complessivo dell’allestimento. Maura Sesia
La
stagione teatrale 2007/2008 del Piccolo Teatro Perempruner,
presentata al Circolo dei Lettori
dalla direttrice artistica Pietra Selva Nicolicchia,
si apre significativamente il 25 e 26 novembre 2007
alla Cavallerizza Reale Maneggio di Torino con Boccuccia
di Rosa, uno spettacolo che prosegue il personalissimo
percorso artistico della compagnia, e che, a pieno titolo,
è stato sostenuto dalla Città di Torino
in occasione della Giornata Internazionale per l'eliminazione
della violenza contro le donne, per promuovere la diffusione
di una cultura dei diritti umani e della non violenza.
Boccuccia di Rosa sarà ospite della stagione
della Fondazione del Teatro Stabile di Torino dal 13
al 18 maggio 2008, alla Cavallerizza Reale Maneggio.
La profonda condivisione di tematiche sociali che aveva
portato alla nascita di Uncinnè ha riunito ancora
Pietra Nicolicchia e Laura Firpo per un programma di
ampio respiro, che prevede, oltre alla pièce,
un incontro dal titolo Le donne e la violenza –
lo sguardo dell’arte e l’esperienza del
fare, cui prendono parte Letizia Battaglia, Pietra Selva
Nicolicchia, Don Luigi Ciotti, Annamaria Pastore, Associazione
TAMPEP, moderato da Silvia Francia (Cavallerizza Reale
Maneggio, 27 novembre 2007 ore 20.30). Nel corso del
dibattito è prevista la proiezione del cortometraggio
di Letizia Battaglia dal titolo Fine della Storia. Angela
La Rotella del Comune di Torino ha sottolineato come
la scelta di questo progetto, inserito in Sistema Teatro
Torino, sia stata dettata dalla recrudescenza degli
episodi di violenza contro le donne, una escalation
che ogni giorno viene denunciata dagli organi di informazione:
la solidità di Viartisti Teatro nell’affrontare
tematiche scottanti e la determinazione nel raccontare
storie scomode permette di servirsi di un gesto apparentemente
semplice, come l’andare a teatro, per la riscoperta
della coscienza civile di ciascuno di noi.
L’assessore alla Cultura della Città di
Grugliasco, Roberto Montà, ha poi ribadito la
necessità di continuare nella politica di squadra
che ha ottimizzato risorse e risultati delle pubbliche
amministrazioni e delle fondazioni bancarie, valorizzando
nuovi spazi nell’area metropolitana come lo Chalet,
ma permettendo anche una maggiore circuitazione del
prodotto teatrale sul territorio.Dario Disegni della
Compagnia di San Paolo ha poi concluso sottolineando
come le manifestazioni sostenute da istituzioni e fondazioni
bancarie stiano attirando migliaia di persone sul territorio,
a riprova del nuovo ruolo di Torino come polo culturale
italiano e non solo.
La stagione teatrale del Peremprenuer prosegue con Creature
(Balletto Civile), Il Sogno del presepe (Teatro delle
Forme), Il malato immaginario (Piccola Compagnia della
Magnolia), Uncinnè (Compagnia Viartisti), A Bertolt
Brecht – Jadasmeeristablau (Teatro Filodrammatici),
La sposa francese (Santibriganti Teatro – Teatro
del Frizzo), Il dio bambino (Teatro dell’Archivolto),
Moschettieri (Compagnia Viartisti). Ilaria Godino www.viartisti.org
29/10/2007
La valigia delle Fiabe in scena alla
Casa del Teatro Ragazzi e Giovani
Arguto e grazioso è La valigia delle Fiabe
della Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani. E’
uno sfizioso ricamo di racconti, pregno di sorprese;
scaturiscono sia dal testo, un mosaico di alcune storie
classiche che inaspettatamente si saldano l’una
all’altra, sia dalla semplice e suggestiva oggettistica.
In scena un uomo solo, Vanni Zinola, si prepara un caffé
prima di immergersi nel suo mondo immaginario. Lo circondano
vecchie valige. A ciascuna la sua storia. Il narratore
apre la prima, che è colma di sabbia del deserto
di Aladino, mentre un’altra contiene le casette
dei tre porcellini, ma appaiono anche le briciole di
Hansel e Gretel, il palazzo ed il fuso o ago
della Bella Addormentata nel Bosco, le mele
di Biancaneve, la scarpina di Cenerentola, la nonna
di Cappuccetto Rosso. Cominciano tutte insieme e proseguono
intrecciandosi, grazie al bel lavoro drammaturgico di
Graziano Melano e dello stesso interprete. Positivo
è stato anche l’apporto di Agostino Nardella,
Enrica Costantino, Corinna Gosmaro e Tiziana Ferro,
per i materiali, la grafica e la regia. La scenografia
è povera ma poetica. Come nei giochi dei bambini,
inconsapevoli complici dell’allestimento, basta
un nulla per attizzare la fantasia: un po’ di
paglia è l’abitazione di un porcello ed
una gabbietta da uccellini è la prigione di Hansel,
bambolottino roseo, nudo e tondo. Si sgranano le avventure
con estrema rapidità, fornendo motivi di riso
non solo ai bambini (è adatto ad un pubblico
dai quattro anni) ma anche agli adulti, che colgono
altre, tra le tante, sfumature. Uno spettacolo frutto
di meticoloso lavoro che sfocia in una bella prova d’attore.
Sfata il luogo comune del teatro distinto in categorie:
quello buono si rivolge a tutti, da sempre. Lo insegna
il teatro di figura, a cui questa pièce strizza
l’occhio. Per concludere infatti Zinola indossa
una valigia, appositamente bucata perché fuoriescano
braccia e testa, trasformandosi così in grande
marionetta-burattino semovente. Maura Sesia
29/10/2007
X edizione Stagione Marginalia al Teatro Espace
Affreschi palpitanti, dipinti con estrema cura nei dettagli
dal regista Alberto Valente, per una storia non storia
da condividere con empatia. Nell’immaginazione
si materializzano anfratti marini, che sono frammenti
di esperienza di vita dell’autore, Salvatore Smedile,
passati attraverso il filtro della poesia in primis,
del teatro poi. Piacevoli sensazioni conquistano i concentrati
spettatori, pronti a sorridere di una femme fatale,
ambita dai marinai, che sbrana, anche da lontano nel
gesto metaforico della danza, il maschio sua preda.
E’ una congerie di suggestioni La taverna di Brest,
che ha inaugurato la X edizione della stagione Marginalia
al Teatro Espace. Medesimo titolo della pièce-performance
ce l’ha anche la bella, insinuante e struggente
raccolta poetica scritta da Salvatore Smedile, qui in
veste di dramaturg del gruppo Urzene Poesia in Azione
che ha realizzato l’allestimento. C’è
anche una cornice fotografica non trascurabile, che
introduce e suggella l’opera: sono le immagini
di Chiara Ceolin sulla sua Bretagna. Queste fotografie,
con i versi di Smedile, hanno avviato l’idea di
uno spettacolo in cui convergono parole, espressione
corporea e musica dal vivo, del pregevole violoncellista
Zeno Gabaglio. La poesia è pensiero intimo che
trasmette significati attraverso vie non razionali.
Qui si percepiscono le nostalgie di marinai, con un’eco
dello sciabordare oceanico. I quattro interpreti, i
bravi danzatori Erika Di Crescenzo e Sannio Giordano,
il musicista e l’attrice Giulia Gallo, si spartiscono
lo spazio scenico in due sezioni: sul palco questi ultimi,
lui che armeggia carismatico gli strumenti, lei, eterea
fanciulla che porge le parole con voce suadente ed arrochita;
in prossimità del palco ma a terra, al livello
delle prime file, si esprimono i danzatori; tutti fronteggiano
il pubblico, senza guardarsi tra loro ma spesso muovendosi
all’unisono: speculari i gesti si rifrangono a
distanza e tornano, come le onde, in una circolarità
di accadimenti. Le atmosfere oniriche sono ben sottolineate
dalle luci di Alessandro Giverso. Maura Sesia