\ Recensioni

 

Cibi fantastici, la perfezione di un uovo...
Per usare una similitudine che sia in tema, si potrebbe dire che Cibi fantastici di Silvano Antonelli al debutto al “Giocateatro Torino 2008”, è un uovo. Dell’uovo ha la semplicità e la perfezione delle piccole dimensioni, la completezza, l’alta capacità di nutrire chi se ne ciba. Non contiene nulla più del necessario, ma tutto ciò che contiene è assolutamente necessario, a se stesso e a noi, senza limiti d’età. Poi, cosa per nulla secondaria, piace.
Il pubblico, tutto, al termine dello spettacolo ha il sorriso più o meno accentuato di chi è soddisfatto, come dopo un buon pranzo fatto con la compagnia giusta. Appunto.
Stilema/Unoteatro è una Compagnia storica del Teatro Ragazzi, ed è tra le poche , se non l’unica, ad essersi posta il problema del ricambio generazionale, del passaggio di testimone, coltivando il desiderio di condividere con persone più giovani un metodo di lavoro che non può prescindere dal pubblico cui è rivolto. La formazione di nuovi attori , in diretto rapporto col mondo dell’infanzia, ha dato l’opportunità a tre giovani interpreti di affiancare Antonelli negli incontri e nel lavoro di animazione con i bambini da cui scaturisce il materiale con cui realizza ogni suo spettacolo. Poi, ad Alice Malerba, Giulia Menegatti e Chiara Vighetto, questi i nomi delle tre attrici, è stata affidata l’interpretazione di “Cibi fantastici”. La loro è stata una prova convincente, una scommessa vinta con freschezza e generosità, cui ha dato forte sostegno l’inattacabile solidità della struttura drammaturgica. La grazia, l’ironia e l’intensa leggerezza delle verità raccontate ha poi fatto il resto: perché si parla di cibo ma anche e soprattutto del significato profondo insito nel nutrire e nell’essere nutriti ; perché si racconta di bimbi che non vogliono mangiare, di grandi che insistono,di pic nic bellissimi e di nonne che insegnano a fare una torta. Perché almeno una volta quelle cose le abbiamo dette, ci sono capitate, le abbiamo vissute, le abbiamo pensate. E chissà come ce ne eravamo dimenticati.

Monica Bonetto

Né religioso, né laico, ma solo profondamente umano: Un sogno per Maria
Una giovane donna si fa interprete della figura forse più emblematica della religione cristiana, simbolo della assoluta remissione al volere divino, puro grembo immacolato, strumento umano di un disegno celeste cui è impossibile ribellarsi, e le dona lo spazio di un sogno.
Le concede la femminilità e la paura, il dubbio e l’audacia, la volontà e la debolezza. Alla vergine madre che sarà, ricongiunge la bambina che è appena stata, ne racconta la solitudine, ne condivide i desideri, i giochi, la musica, i respiri.
Al destino che non contempla vie di fuga, sottrae il tempo segreto dei pensieri che si fanno domanda, la speranza prepotente di una possibiltà di scelta, ciò che resta di una notte di stella cometa, quando una madre culla tra le braccia il suo bambino, ancora soltanto suo, ancora soltanto un bambino. Né religioso, né laico, ma solo profondamente (e mai banalmente) umano, il percorso compiuto da Silvia Battaglio per la costruzione del suo Un sogno per Maria è esemplare per coerenza e stile: una ricerca accurata e di ampio orizzonte che affianca l’intensità struggente delle parole di Erri De Luca a quelle tratte dalla Bibbia e dal protovangelo di Giacomo; che sposa la luminosa essenzialità dei versi di Mariangela Gualtieri alle riflessioni sulla condizione femminile di giornaliste come Barbara Alberti.
Con la ricca messe così accuratamente selezionata a misura della propria sensibilità, l’attrice torinese sfodera ottime e variegate qualità espressive alternando teatro di parola, teatro danza, canto.
Ma sono proprio l’intelligenza e la maturità artistica ormai consolidate di Silvia Battaglio a far desiderare da lei qualcosa in più: il coraggio di abbandonare gli spettacoli-collage, per quanto formalmente ineccepibili, per elaborare un allestimento originale che osi l’inedito, che abbia parole proprie, che dia voce alla sua poetica, che azzardi una nuova creatività permettendole di mettersi in gioco sino in fondo. Restiamo in attesa, curiosi e fiduciosi.

Monica Bonetto
Gymnasium
Dipingono, recitando e danzando, l’adolescenza: rosea e plumbea, sudata e pensante, volgare e sublime. I consequenziali quadri di Tecnologia Filosofica, scaturiti nel nuovissimo Gymnasium, presentato il 9 maggio in prima nazionale alle Officine Caos, sono di squisita fattura. Bravo davvero il quintetto capitanato da Stefano Botti (che firma anche la regia) ed Aldo Torta, ma meritano la citazione anche gli altri componenti: Francesca Cinalli, Rebecca Rossetti, Renato Cravero. La compagnia era stata notata nella scorsa edizione della rassegna-concorso per gruppi giovani Rigenerazione, risultando una delle quattro premiate. Ha dimostrato, in questo lavoro, che segue l’ottimo Comuni marziani (sull’ancora delicato tema dell’omosessualità), di svolgere autenticamente un percorso di ricerca, sapendosi rinnovare anche nei metodi. Se Comuni marziani è nato sulla scorta di numerose e vive esperienze laboratoriali sul territorio, Gymnasium ha un substrato letterario: l’ispirazione è venuta dall’esame di tanti saggi e dissertazioni cartacee. Però, se l’esigenza di raccontare qualcosa è forte e si posseggono i mezzi espressivi per traslarla in palcoscenico, non ha peso l’origine di un’idea: Gymnasium è bello, scorrevole, intelligibile, divertente, ma anche malinconico, surreale e corporeo. Come quando i ragazzi appaiono indossando successive divise sportive, intenti ad ipotetici frammenti di lezioni in palestra, o come quando si apprestano alla doccia, denudandosi, celiando, vestendo coloratissimi asciugamani. Gymnasium parte dagli sport e delinea, strada facendo, l’opprimente vita collegiale, gli innamoramenti precoci e la scoperta del sesso, il rito liberatorio del travestitismo in discoteca. Da ultimo, ma non meno importante, l’efficacia della scenografia: evidentemente povera ma ricchissima; tre armadietti, viaggianti, mutevoli, bucati, sorprendenti, per una pièce sapida, intelligente, armonica.

Maura Sesia

La notte degli assassini
È visivamente intrigante l’ultimo lavoro del Piccolo Teatro d’Arte e del Quintetto Architorti, proprio per la presenza in scena dei componenti di quest’ultimo, che assisi su cubi a delimitare lo spazio, in abiti settecenteschi, prendono vita al pari di automi musicali che scandiscono il tempo dell’azione: un tempo ciclico, senza requie, infinito.
La storia, che si perpetua sulla scena come un rito senza catarsi, è quella di tre ragazzini, tre fratelli, che giocano a rievocare l’assassinio dei propri genitori. Non c’è candore: c’è solo spietatezza e psicodramma in un vortice di scambio di personalità consumato tra finzione e realtà.
Sembrerebbe una storia rubata al nostro quotidiano impazzito, invece La notte degli assassini è tratto da un lavoro degli anni Sessanta del drammaturgo cubano José Triana, ora riproposto con la regia di Claudio Ottavi Fabrianesi, che certo deve ancora trovare una via per imbrigliare l’irruenza e l’accademismo dei suoi giovanissimi ma talentuosi attori: Christian Burruano, Elena Ramognino, Rossana Peraccio e Martina Scandola. A loro e agli Architorti, capitanati da Marco Robino (cui si deve un fremito di violenta teatralità) gli applausi d’una sala gremita.
Alfonso Cipolla
La notte degli assassini
da J. Triana, Piccolo Teatro d’Arte – Architorti, Cavallerizza per il Mas Juvarra il 12 aprile 2007
Video e fisicità: il Barrito degli angeli
Lo stile della compagnia Barrito degli Angeli si chiama espressione corporea; in voga tempo fa, ora è un genere quasi desueto. Questo però è uno dei molti aspetti interessanti dell’ensemble capitanato da Fabrizio Galatea, che ha proposto, al debutto nazionale presso le Officine Caos, Atti Belli. Perché sarebbe un gruppo di spinta sperimentazione, di primo acchito. La stagione gloriosa della ricerca si è da tempo ingolfata. Allora vanno percorse strade altre, che rasentino magari l’artigianato del palcoscenico. Espressione corporea non è prosa e non è danza. Non è nemmeno una commistione tra le due, si apparenta di più con il mimo: è azione di corpi muti, che però non imitano ma fanno. Da anni Il Barrito miscela bene video e fisicità: nessuno dei due aspetti prevale. Il video è scenografico, ma anche incisivo, pregnante in sé, i corpi si correlano con le immagini mantenendo una loro autonomia. E soprattutto, si scorge in questi strani ma ironici e divertenti lavori, il gusto dell’imperfezione umana. Ci sono anche oggetti, lampadari, lampadine nel caso specifico, che possono sfiorare un volto non esattamente come si era definito in prova. Questo però (si percepisce) rientra nel progetto complessivo. Impeccabili i video, raffinati, intriganti, non esageratamente decifrabili, ma non è un problema. Atti Belli sarebbe dedicato all’astrofisica. Quattro bravi performer, Claudia Appiano, Elena Bosco, Marco Duretti, Stefania Manca, si svegliano in un ambiente agli albori dell’universo e scoprono via via le mirabilia della luce e dell’energia, elettroni, neuroni, fotoni. Attraverso un agitarsi ed un assopirsi, tramite un linguaggio di ombre che oscura temporaneamente e parzialmente gli schermi, lo spettatore ha la sensazione di trasmigrare tra le galassie. E’ un gioco, sapido, leggero. Rende giustizia au jeu des comédiens.
Maura Sesia

Atti di ordinario esercizio democratico – Atto preparatorio
Può essere labile il confine tra prassi quotidiana e arte. Non necessariamente la seconda supera la prima, per ricchezza di stimoli o semplice capacità di attrarre l’attenzione. Dall’arte ci si aspetterebbe stupore, incanto, la percezione di un’esigenza forte, la volontà di trasmettere, per vie più o meno intelligibili, qualcosa; o anche niente, ma quel niente è di per sé qualcosa. Non sempre si valica il limite tra normalità ed eccezione. Così purtroppo le intenzioni di Loss (laboratorio operativo sistema sensibili), espresse nella performance Atti di ordinario esercizio democratico – Atto preparatorio I ospite delle Officine Caos, stagnano in un bozzolo di idee che non si è mutato in farfalla, in azione significante. Restano lì, prevedibili, tediose, avulse. E chissà perché i tre, pur buffi, performer si muovono rigorosamente in mutande e scarpe rosse con tacchi a spillo. Se il senso dei movimenti è uno sberleffo alla gestione del potere, alla violenza che il potere attua su chi lo subisce ed al contempo su chi lo detiene, all’utopia democratica, il pubblico impiega pochi secondi a comprenderlo e questo sapere non lo accresce. Lo spettatore assiste a quarantacinque interminabili minuti di una sorta di gioco di società, in cui i tre protagonisti sono alternativamente Delegati o Rappresentanti del Sistema; accade che uno o una, nominato Delegato, ordini o suggerisca ai due Rappresentanti di cantare senza emettere suoni, camminare a quattro zampe, ascoltare il cuore dell’altro, cascare a terra. Ulteriore interrogativo agli astanti, lo pone la ripartizione della performance in Atto n.1, a cui farà seguito (ma non a Torino) un Atto n.2. Quando si fruisce anche di risorse pubbliche locali, sarebbe forse doveroso creare qualcosa di compiuto, perché, volenti o nolenti, si deve rendere conto ad una certa collettività. A completamento della serata è stato proiettato il video Untitled Portrait su anonimato e solitudine.

Maura Sesia

Altri contributi su questo spettacolo
http://www.winniekrapp.it/

Giocateatrotorino
Fervono plurime attività alla Casa del Teatro Ragazzi, che ha ospitato buona parte del festival internazionale per le nuove generazioni GiocaTeatro2008; c’è un lavorio continuo sul territorio da parte delle compagnie che abitano questa invidiabile struttura, svolto con acribia, perlustrando e vivificando il quartiere. Al punto che anche Scalette Mobili, cioè il risultato del Laboratorio di Teatro Urbano curato da Bobo Nigrone di Onda Teatro, ha avuto l’onore di comparire, senza sfigurare, nel cartellone del festival, tra pièces ottime (come il rodato ed adatto a tutti Grande Finale della Compagnia danese Batida, qui in prima nazionale), belle (come la vincitrice Favolosofia della Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani e Nella Cenere de I Teatrini di Napoli), graziose, mediocri, brutte (come purtroppo Una strada nel bosco di Scarlattine Teatro). Onda Teatro sta appunto promuovendo un laboratorio aperto alla cittadinanza, proiettato sulla Piazza Olimpica, per interrogarsi sulle dinamiche metropolitane, prestando attenzione alle sensibilità dei residenti ed alle loro aspettative. Da questo progetto ha preso forma, con quindici interpreti quasi tutti non professionisti, una performance scattante, ariosa, divertente, non scevra di sorprese: curiosa d’impianto, con prima molta azione, poi molta parola; con l’evidente buona assimilazione dei concetti di tempo e di spazio scenico da parte degli attori. Magari il lavoro sfocerà in un allestimento “urbano” di Onda Teatro o forse proseguirà il suo percorso fuori dai circuiti commerciali, ma incuneato tra il popolo dei caseggiati prospicienti lo stadio comunale. Magari fioriranno nuovi professionisti. Il senso primo però è il radicamento della Casa del Teatro Ragazzi, delle anime che la rendono così vitale. L’essere riconosciuta come autentico luogo di svago e di cultura da parte della gente. Si confida che nella prossima XIII edizione del festival, ad aprile 2009, ci sia ancora una testimonianza di questa natura.
Maura Sesia
Suonanapoli...oppur muori!
È raffinata ed esilarante Suonanapoli...oppur muori! Tre ottoni alla Corte di Gengis Khan, un’operina buffa allestita dal Laboratorio Permanente di Ricerca sull’Arte dell’Attore, ospite della stagione Progetto Rettilario della Fondazione Teatro Piemonte Europa. Un ricamo prezioso di Domenico Castaldo che ha firmato regia e drammaturgia, costruendo una storia che si nutre di musica ma ammicca simpaticamente alla prosa, alla comicità, smontando e sviscerando con grazia tanti luoghi comuni partenopei o molte iatture napoletane, come la famigerata immondizia, o la delinquenza, o il traffico. Qui c’è la pizza, il caffé, gli standard melodici ben arrangiati e suonati dai bravi Carlo Beltrami, Gianni Maestrucci, Francesco Meucci, Gianluigi Paganelli, Davide Sanson. C’è soprattutto la capacità di arrivare ad un pubblico vasto, non necessariamente melomane ma che dalla musica si lascia languidamente rapire, anche perché una surreale vicenda sutura i brani sonori. Non esistono vincoli temporali, passato e presente sono amabilmente pasticciati. Tre viaggiatori di commercio si insinuano nella tenda di Gengis Khan cercando di convincerlo a sostenere un’impresa redditizia; le ipotesi di businnes si ispirano alle grandi città ma sono respinte, soltanto Napoli suscita la curiosità del principe, ed allora il terzetto si ingegna a presentare la metropoli meridionale in tutte le sue sfaccettature. E mille spassose sorprese nascondono scatole e bauli trascinati in scena all’inizio. Tra virtuosismi ed ilarità, via via Gengis Khan è conquistato, dal caffé, dalla pizza, dalle danze. Da sottolineare sia l’efficace presenza scenica del quintetto di musicisti, che riecheggiano la linea espressiva del teatro musicale sdoganata dalla Banda Osiris, sia l’efficace e fantasioso impianto complessivo di scenografia e costumi, che deve la propria ideazione al Laboratorio Permanente.

Maura Sesia

Per una pièce multimediale
Le contaminazioni tra generi artistici sono il pane quotidiano delle compagnie giovani, naturalmente impegnate in progetti di ricerca. Difficile è trovare la giusta armonia tra gli elementi. MusicARTeatro è una realtà composta in primis da provetti musicisti, Paolo Cipriano e Valentina Mitola (che da band si chiamano Supershock), poi da attori, cineasti, creativi in ambito figurativo e luminoso. Guerra eterna menzogna. Voci, immagini e suoni dall’orrore si presenta come una pièce multimediale, che raduna, in prima assoluta sul palco del Teatro Baretti, pannelli sbrindellati su cui sono proiettati video ed immagini fantastiche, due attori (Mattia Mariani e Silvia Nati) ed un trio di chitarra, basso, batteria, ovvero Cipriano, Mitola e Alan Brunetta. L’idea è di spiattellare la guerra nella sua atrocità a partire da quella che fu detta Grande, attraverso corpi, voci e visioni, per risvegliare lo spirito critico. Ma qualcosa non vira per il verso giusto. Gli attori incarnano il poeta soldato scozzese Siegfried Sassoon, milite nel 1914-18 e provato oltre ogni sofferenza, ed una donna di bianco vestita, tra crocerossina ed angelo. Declamano versi aulici, con freddezza e sicumera che stona, ma forse dissonanti sono proprio le parole scelte, distanti dal pubblico contemporaneo. Nonostante i pregevoli interventi sonori, rabbiosi ed incalzanti, onirici e melodici, contrappunto alla prosa, ed il ricco apparato video, più intrigante nella parte astratta che in quella documentaristica, il lavoro non acquista il valore di altre precedenti performance che hanno visto il coinvolgimento dei Supershock, specializzati in ottime sonorizzazioni originali di classici del cinema muto, proposte rigorosamente in spazi teatrali. Qualche passo è stato fatto, nel percorso di avvicinamento ad una forma di spettacolo che integri scenografia, prosa e suono, senza che nessuno di questi aspetti prevalga. Resta ancora un po’ di strada da fare.

Maura Sesia

E tu chi sei?
Per cinque anni la Compagnia 3001 ha affiancato il dottor Pietro Secreto, geriatra dell’ospedale Molinette di Torino, in un progetto dedicato al tema dell’assistenza ai malati di Alzheimer. La conoscenza approfondita delle tematiche legate alla malattia, l’esperienza emotiva maturata con la frequentazione dei malati e dei loro famigliari e la serie di contributi artistici pensati e realizzati ad hoc ha portato infine ad uno spettacolo teatrale che si presenta come una sorta di tappa finale del percorso compiuto.
Si intitola E tu chi sei?, è stato scritto e diretto da Alberto Gozzi, ed è andato in scena il 5, 6 e 7 febbraio alla Cavallerizza Reale nell’ambito della stagione “Faces” del Teatro Baretti.
Il rischio insito in un’operazione del genere è stato chiaro sin dall’inizio a un drammaturgo navigato e sensibile come Gozzi: indulgere nella drammaticità della situazione narrata, o nell’eccessiva minuzia didascalica di dati e particolari clinici non avrebbe giovato, anzi avrebbe compromesso il fine ultimo della rappresentazione, quello cioè di stimolare la riflessione sulla gravità di una malattia che distrugge la memoria di una persona ed insieme ad essa gli equilibri e l’esistenza di chi le vive accanto. Così la via battuta è stata quella dello straniamento e della stilizzazione, diversificando i piani narrativi e i luoghi dell’azione teatrale, contaminando i generi, mettendo in scena l’incontro-scontro tra tre fratelli riunitisi per decidere le sorti della madre malata, ma anche i ricordi frammentati e narrati fuori sincrono dell’anziana donna presente solo su uno schermo, e poi ancora spezzoni di filmini amatoriali d’epoca, e la muta relazione tra una bimba senza tempo e la sua governante.
Il tentativo è comprensibile e condivisibile, gli interpreti lo perseguono con convinzione, purtroppo però il risultato è lontano dalle aspettative: l’assemblaggio dei vari elementi pare confuso e pretestuoso, il testo, nell’inseguire toni da commedia, perde incisività, la ricerca di leggerezza porta ad una recitazione monocorde, che si muove in superficie, senza calore. Paradossalmente, in alcuni momenti, le immagini dei filmini proiettati sembrano essere le uniche in grado di emozionare, evocare, alludere, raccontare. Compiti cui il teatro non può permettersi di abdicare.
Monica Bonetto
Rosetta fu di liberamenteunico...
E’ una verità semplice, lapalissiana, ma spesso trascurata e vilipesa. Arte non equivale ad industria. Non può, la creazione artistica, sottostare a precisi ed imposti ritmi produttivi. Talvolta buone intuizioni hanno necessità di sedimentare, per sbocciare poi, magari prosciugate, cesellate, finalmente icastiche. Come è diventata Rosetta fu, opera di Barbara Altissimo per la sua compagnia di teatro-danza Liberamenteunico, intuita quasi cinque anni fa e maturata ora, nel bel riallestimento ospite della Stagione Caos 07/08.

Simile al modello primigenio ma distante per rigore, questa nuova versione sfronda le pedanti ed ammiccanti sottolineature che annebbiavano, anni fa, le buone idee alla base. Ne deriva un lavoro sensato ed ironico, ridente ma pregno di malinconia. Un groviglio di trame, ma è di espressione corporea che si tratta, quindi giustamente sfuggente ai dettami della logica corrente, da cogliere per emozioni ed immagini e non con l’intelletto. Una mistura di solitudini, negli automatismi della vita odierna, nell’indifferenza degli altri, nelle paure, negli esibizionismi, nella voglia di emergere o di annullarsi. La vita fa male come camminare scalzi su un letto di rose bianche, non c’è poesia nei piedi piagati. Ma è anche buffo, tragicomico. E’ stata ben riposta la fiducia in questo giovane ensemble, che si autodefinisce composto di molti non-professionisti.

Non è esatto. Sono semi-professionisti, gente che non riesce a vivere solo di arte ma che in palcoscenico è a suo agio e ha doti espressive di tutto rispetto. Si evince, nei quadri ideati da Barbara Altissimo, il talento di gestire i corpi negli spazi, colmandoli, vivificandoli. Non solo. La coreografa-autrice infittisce la pièce di sorprese: tutto ha una funzione ma non tutto è strumentalizzato; hanno la medesima dignità oggetti sospesi o posati in un canto (che restano inutilizzati), delle luci, dei costumi o degli interpreti che li indossano. Teatro è questa magia di complesso, nella sapienza di evocare, alle fantasie dei singoli spettatori, altri mirabili ambiti in cui perdersi.
Maura Sesia

On pense a vous alla Casa del Teatro ragazzi e giovani
Ci sono spettacoli per bambini, per ragazzi, per adulti; per addetti ai lavori e per profani; ci sono spettacoli colti e popolari, tragici e comici. E poi ce ne sono altri che fatichi a incasellare, che sfuggono all’ovvietà delle classificazioni, che hanno una loro grazia intrinseca, che procedono per inaspettate associazioni, che sfidano tabù consolidati con sfacciata, divertita determinazione.
Parlare ad esempio di ciò che non c’è, o c’era e non c’è più, della struggente consistenza dell’invisibile, del calore necessario della nostalgia, del dolore altrettanto necessario della morte, è poco consigliato, soprattutto in uno spettacolo rivolto all’infanzia. Manca di attrattiva, non è rassicurante, rischia di essere troppo destabilizzante.

Poi però ci si imbatte in On pense a vous di Marianne Hansé (coprodotto nella versione italiana dalla Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani) e tutto si rimescola: l’attrice-pittrice del Théatre de Galafronie racconta, ma è una storia senza trama; dipinge, ma sono quadri in continuo mutamento, dove una scarpa diventa un bus e l’erba è blu; recita, ma il personaggio principale è la sua immaginazione, al tempo stesso dannazione e salvezza, strumento di viaggio, consolazione.
Accoglie il pubblico nella sua casa - laboratorio, una yourt, tenda nomade nella quale non esistono angoli in cui qualcuno possa sentirsi in disparte, e tutti siedono su tappeti. Succede poco altro: confidenze, aneddoti, pennellate di colore su fogli bianchi, e la magia di occhi che sono lì sin dall’inizio ma che nessuno aveva visto.

Marianne parla ad adulti e bambini allo stesso modo, anche quando racconta di sua sorella, che non c’è più, e delle lacrime di sua madre, e di sua figlia ormai cresciuta e lontana, e del desiderio di averla ancora una volta tra le braccia. Sorride, si arrabbia, si commuove. E lo fa con l’urgenza di chi ha scoperto il proprio modo per poter stare al mondo senza tradirsi, di chi attraverso l’arte ha imparato a curare ferite, creare legami, vedere e raccontarsi. Così, poco importa per chi siano spettacoli come questo: l’importante, è che continuino ad esserci.

Monica Bonetto

A proposito di Glengarry Glen Ross
Il progetto è di Massimo Giovara, Benedetta Francardo e Roberto Zibetti alias ‘O Zoo Nô: hanno deciso di mettere in scena uno dei testi più belli scritti negli ultimi 30 anni, un perfetto meccanismo drammaturgico in cui la parola è e contiene tutto, apre e chiude scenari, muove e paralizza muscoli e anima, dice semplicemente per trasformare poco dopo quella stessa semplicità in complessi, inaspettati scarti di significato, ribaltando la prospettiva, eludendo l’evidenza. Ci riferiamo a “Glengarry Glen Ross”, testo che procurò al suo autore, David Mamet, un tripudio di premi e riconoscimenti e che sfociò in un film che radunava interpreti del calibro di Al Pacino, Jack Lemmon, Kevin Spacey, Ed Harris, Alec Baldwin. Insomma, una bella scommessa quella degli ‘O Zoo Nô.
Per realizzarla, Giovara e Francardo hanno chiamato alcuni attori torinesi con cui condividere l’avventura scenica(Pasquale Buonarota, Gianluca Gambino, Riccardo Lombardo, Mariano Pirrello, Sandro Pisci) e Michele Di Mauro cui affidare la regia. E hanno scelto di proporre al pubblico ciò che hanno definito una “lettura concertata” del testo. Così, sul palco della Cavallerizza sono state sistemate tante postazioni di lettura, una per ogni attore, ma senza alcuna assegnazione fissa: ai piccoli totem muniti di microfono, telefono e luce, si avvicendano i personaggi della piece in un isolamento fisico che allude con forza a quello ben più profondo che ciascuno di loro vive. Sono i detriti del sogno americano, sono le incrostazioni sullo sfavillio fasullo del benessere e della ricchezza, svendono residui di dignità in una partita truccata, persa prima di cominciare. Non c’è salvezza, ma al suo posto, stratificato, il magma di cui siamo fatti. E tutto questo, in particolar modo in una lettura, deve passare attraverso le parole. E’questa la bellezza del testo ed insieme la sua difficoltà. Ed è questa la vera scommessa, vinta non del tutto dagli interpreti in scena, pur con picchi di notevole intensità. Prezioso, a tratti indispensabile, il sostegno onnipresente del commento sonoro.
Monica bonetto
La mia vita con Mozart
Nella raffinata cornice delle scenografie in video di Daniela Vassallo, si snoda un curioso epistolario, incastonato in palcoscenico ed affidato all’esperienza dell’attore Giancarlo Dettori: è La mia vita con Mozart, prodotto dall’Associazione Liberipensatori Paul Valery insieme a Il Contato di Ivrea e presentato presso il Teatro Agnelli nella stagione Insolito, curata di Assemblea Teatro. La pièce nasce per onorare il 250° anniversario della nascita di Mozart. La regia è di Oliviero Corbetta ed il testo è di un grande narratore e drammaturgo transalpino, Eric-Emmanuel Schmitt, che descrive in realtà il proprio rapporto privilegiato con lo straordinario compositore. Il protagonista rammenta un desiderio annichilente, maturato da ragazzo e spazzato via dalle suggestioni della musica di Mozart. Molti brani trapuntano lo scorrere delle parole, melodie incarnate dai movimenti di un trio di mimi, che suona strumenti invisibili dietro il telo su cui sono proiettate bellissime immagini di parchi, natura, alberi, migrazioni di uccelli, lungo il fluire delle stagioni. Le figure mute dei bravi Anna Cuculo, Emilio Frattini, Fabio Bellitti, sono espressive nella loro magica parvenza. Dettori è quasi sempre seduto su una panchina, sfoglia un quaderno d’appunti dove sono custodite le missive a Mozart, ne legge alcune che dimostrano l’immortalità del musicista, foriero di gioia e benessere. Frasi semplici e sfaccettate, riflessive, testimonianza di amore e riconoscenza, concepita in gioventù e durata una vita. Un messaggio da passare alle nuove generazioni, infatti, nei momenti in cui il monologante si assopisce, appare una ragazzina (Camilla Eula), che gli sfila il notes e lo studia attenta ed attratta. Ma. L’idea di accollare queste frasi ad un interprete davvero anziano, con annosa e prestigiosa pratica di palcoscenico alle spalle, non convince del tutto. Talvolta si è troppo schiavi del proprio personaggio per lasciarsi plasmare docilmente da una nuova avventura creativa. Qui si avverte una nota stonata, l’unica, ma che smorza il piacevole effetto complessivo dell’allestimento.
Maura Sesia
La stagione teatrale 2007/2008 del Piccolo Teatro Perempruner, presentata al Circolo dei Lettori dalla direttrice artistica Pietra Selva Nicolicchia, si apre significativamente il 25 e 26 novembre 2007 alla Cavallerizza Reale Maneggio di Torino con Boccuccia di Rosa, uno spettacolo che prosegue il personalissimo percorso artistico della compagnia, e che, a pieno titolo, è stato sostenuto dalla Città di Torino in occasione della Giornata Internazionale per l'eliminazione della violenza contro le donne, per promuovere la diffusione di una cultura dei diritti umani e della non violenza. Boccuccia di Rosa sarà ospite della stagione della Fondazione del Teatro Stabile di Torino dal 13 al 18 maggio 2008, alla Cavallerizza Reale Maneggio.
La profonda condivisione di tematiche sociali che aveva portato alla nascita di Uncinnè ha riunito ancora Pietra Nicolicchia e Laura Firpo per un programma di ampio respiro, che prevede, oltre alla pièce, un incontro dal titolo Le donne e la violenza – lo sguardo dell’arte e l’esperienza del fare, cui prendono parte Letizia Battaglia, Pietra Selva Nicolicchia, Don Luigi Ciotti, Annamaria Pastore, Associazione TAMPEP, moderato da Silvia Francia (Cavallerizza Reale Maneggio, 27 novembre 2007 ore 20.30). Nel corso del dibattito è prevista la proiezione del cortometraggio di Letizia Battaglia dal titolo Fine della Storia. Angela La Rotella del Comune di Torino ha sottolineato come la scelta di questo progetto, inserito in Sistema Teatro Torino, sia stata dettata dalla recrudescenza degli episodi di violenza contro le donne, una escalation che ogni giorno viene denunciata dagli organi di informazione: la solidità di Viartisti Teatro nell’affrontare tematiche scottanti e la determinazione nel raccontare storie scomode permette di servirsi di un gesto apparentemente semplice, come l’andare a teatro, per la riscoperta della coscienza civile di ciascuno di noi.
L’assessore alla Cultura della Città di Grugliasco, Roberto Montà, ha poi ribadito la necessità di continuare nella politica di squadra che ha ottimizzato risorse e risultati delle pubbliche amministrazioni e delle fondazioni bancarie, valorizzando nuovi spazi nell’area metropolitana come lo Chalet, ma permettendo anche una maggiore circuitazione del prodotto teatrale sul territorio.Dario Disegni della Compagnia di San Paolo ha poi concluso sottolineando come le manifestazioni sostenute da istituzioni e fondazioni bancarie stiano attirando migliaia di persone sul territorio, a riprova del nuovo ruolo di Torino come polo culturale italiano e non solo.
La stagione teatrale del Peremprenuer prosegue con Creature (Balletto Civile), Il Sogno del presepe (Teatro delle Forme), Il malato immaginario (Piccola Compagnia della Magnolia), Uncinnè (Compagnia Viartisti), A Bertolt Brecht – Jadasmeeristablau (Teatro Filodrammatici), La sposa francese (Santibriganti Teatro – Teatro del Frizzo), Il dio bambino (Teatro dell’Archivolto), Moschettieri (Compagnia Viartisti).
Ilaria Godino

www.viartisti.org

29/10/2007
La valigia delle Fiabe

in scena alla Casa del Teatro Ragazzi e Giovani
Arguto e grazioso è La valigia delle Fiabe della Fondazione Teatro Ragazzi e Giovani. E’ uno sfizioso ricamo di racconti, pregno di sorprese; scaturiscono sia dal testo, un mosaico di alcune storie classiche che inaspettatamente si saldano l’una all’altra, sia dalla semplice e suggestiva oggettistica. In scena un uomo solo, Vanni Zinola, si prepara un caffé prima di immergersi nel suo mondo immaginario. Lo circondano vecchie valige. A ciascuna la sua storia. Il narratore apre la prima, che è colma di sabbia del deserto di Aladino, mentre un’altra contiene le casette dei tre porcellini, ma appaiono anche le briciole di Hansel e Gretel, il palazzo ed il fuso o ago della Bella Addormentata nel Bosco, le mele di Biancaneve, la scarpina di Cenerentola, la nonna di Cappuccetto Rosso. Cominciano tutte insieme e proseguono intrecciandosi, grazie al bel lavoro drammaturgico di Graziano Melano e dello stesso interprete. Positivo è stato anche l’apporto di Agostino Nardella, Enrica Costantino, Corinna Gosmaro e Tiziana Ferro, per i materiali, la grafica e la regia. La scenografia è povera ma poetica. Come nei giochi dei bambini, inconsapevoli complici dell’allestimento, basta un nulla per attizzare la fantasia: un po’ di paglia è l’abitazione di un porcello ed una gabbietta da uccellini è la prigione di Hansel, bambolottino roseo, nudo e tondo. Si sgranano le avventure con estrema rapidità, fornendo motivi di riso non solo ai bambini (è adatto ad un pubblico dai quattro anni) ma anche agli adulti, che colgono altre, tra le tante, sfumature. Uno spettacolo frutto di meticoloso lavoro che sfocia in una bella prova d’attore. Sfata il luogo comune del teatro distinto in categorie: quello buono si rivolge a tutti, da sempre. Lo insegna il teatro di figura, a cui questa pièce strizza l’occhio. Per concludere infatti Zinola indossa una valigia, appositamente bucata perché fuoriescano braccia e testa, trasformandosi così in grande marionetta-burattino semovente.
Maura Sesia

29/10/2007
X edizione Stagione Marginalia al Teatro Espace

Affreschi palpitanti, dipinti con estrema cura nei dettagli dal regista Alberto Valente, per una storia non storia da condividere con empatia. Nell’immaginazione si materializzano anfratti marini, che sono frammenti di esperienza di vita dell’autore, Salvatore Smedile, passati attraverso il filtro della poesia in primis, del teatro poi. Piacevoli sensazioni conquistano i concentrati spettatori, pronti a sorridere di una femme fatale, ambita dai marinai, che sbrana, anche da lontano nel gesto metaforico della danza, il maschio sua preda. E’ una congerie di suggestioni La taverna di Brest, che ha inaugurato la X edizione della stagione Marginalia al Teatro Espace. Medesimo titolo della pièce-performance ce l’ha anche la bella, insinuante e struggente raccolta poetica scritta da Salvatore Smedile, qui in veste di dramaturg del gruppo Urzene Poesia in Azione che ha realizzato l’allestimento. C’è anche una cornice fotografica non trascurabile, che introduce e suggella l’opera: sono le immagini di Chiara Ceolin sulla sua Bretagna. Queste fotografie, con i versi di Smedile, hanno avviato l’idea di uno spettacolo in cui convergono parole, espressione corporea e musica dal vivo, del pregevole violoncellista Zeno Gabaglio. La poesia è pensiero intimo che trasmette significati attraverso vie non razionali. Qui si percepiscono le nostalgie di marinai, con un’eco dello sciabordare oceanico. I quattro interpreti, i bravi danzatori Erika Di Crescenzo e Sannio Giordano, il musicista e l’attrice Giulia Gallo, si spartiscono lo spazio scenico in due sezioni: sul palco questi ultimi, lui che armeggia carismatico gli strumenti, lei, eterea fanciulla che porge le parole con voce suadente ed arrochita; in prossimità del palco ma a terra, al livello delle prime file, si esprimono i danzatori; tutti fronteggiano il pubblico, senza guardarsi tra loro ma spesso muovendosi all’unisono: speculari i gesti si rifrangono a distanza e tornano, come le onde, in una circolarità di accadimenti. Le atmosfere oniriche sono ben sottolineate dalle luci di Alessandro Giverso.
Maura Sesia