un’umanitÁ densa

Un giro di giostra. Vorticoso, struggente, beffardo, travolgente. Uno spazio e un tempo dove tutto si mescola e sembra coesistere, coincidere: alto e basso, amore e dolore, vita e morte, passato e futuro, possesso e perdita, ribellione e rinuncia. Non c’è ordine e non c’è punto d’arrivo. Non c’è giusto, sbagliato, logica o risoluzione. C’è un’umanità densa, vivida, avventata, così impunemente svelata da mettere a disagio, così francamente impudente da muovere alla complicità, alla commozione. O al rifiuto, perché no. Ciò che è parso subito evidente riguardo a “der Augenblick dort”, lo spettacolo che Tecnologia Filosofica e Michele Di Mauro hanno presentato lunedì 21 al Teatro Astra, è che non avrebbe lasciato indifferenti. Si poteva scegliere, questo sì, se entrarci dentro, abbandonarsi, accogliere ed essere accolti, o rimanere sull’orlo , cercare la paternità delle citazioni, analizzare scelte stilistiche e musicali, snodi drammaturgici, eco di allestimenti passati. Il mito di Orfeo è pretesto, scintilla di visioni che si sviluppano libere, proposte in quadri che trascolorano l’uno nell’altro senza tregua, dove il corpo si fa parola e la parola giunge a tratti, a compendio. Lo spettacolo è il risultato di un lavoro iniziato la scorsa estate e volto a sviscerare e declinare il momento cruciale in cui Orfeo all’uscita dagli inferi non resiste alla tentazione di voltarsi indietro perdendo per sempre la donna amata: il fulcro è proprio “quell’attimo lì” (“der augenblick dort” se tradotto in tedesco), un assaggio di infinito dentro uno scarto, un cedimento, un impulso; una scelta che impronta di sé ciò che verrà, dopo la quale nulla potrà tornare ad essere esattamente ciò che era. Stefano Botti, Francesca Brizzolara, Viridiana Casali, Francesca Cinalli, Renato Cravero, Riccardo Maffiotti, Aldo Torta ed Elena Valente interpretano con convinzione, energia, generosità un lavoro che a sua volta devia dalla poetica sinora conosciuta di Tecnologia Filosofica per congiungersi con il potente immaginario di Di Mauro; non più danza, teatro-danza, o teatro di parola ma un uso di mezzi espressivi calibrati sulla necessità creativa; non più forti tematiche sociali ma un viaggio agli inferi individuale e collettivo che parla dal di dentro a chi è disposto a condividerlo.

Monica Bonetto

 

 

 

 

 

 


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