LA PASSIONE DELLE PECORE

Nasce da un progetto voluto e promosso da Giulio Molnar lo spettacolo che ha aperto in prima italiana la sedicesima edizione della Rassegna Internazionale di Teatro di Figura “Incanti”.
Si intitola La passione delle pecore e riunisce sotto l’attenta e creativa direzione di Francesca Bettini sette attori di diverse realtà artistiche della scena europea e per la precisione Sigrun Kliger, Alexandra Kaufmann, Annette Scheibler, Paolo Cardona, Hartmut Liebsch, Gyula Molnar e Alberto Garcia Sànchez.
I sette si presentano in scena come altrettanti, scalcagnati “ateisti anonimi”, ciascuno con le proprie ossessioni, irrisolti conti col passato, originali e quasi sempre inefficaci strategie per sopravvivere, alla ricerca di un senso profondo che spieghi loro l’esistenza lontano da dogmi e imposizioni, dalla violenza di cui ognuno di essi ha fatto più o meno passivamente esperienza.
Sette ateisti anonimi come i sette vizi capitali di cui si sono macchiati, peccatori loro malgrado, recidivi anche durante la messainscena della storia di Gesù che decidono di intraprendere per guadagnarsi una confusa quanto agognata salvezza.
Il gioco metateatrale è affascinante, spesso molto divertente, condotto con straordinaria inventiva: l’utilizzo a tratti di alcune raffigurazioni della tradizione pittorica consente la distanza e l’evocazione, l’indulgere quasi gigionesco degli attori esalta a contrasto squarci di dolente e asciutta verità, l’ironia smorza l’invettiva, il surreale la crudezza del quotidiano.
Il testo è un insieme di rimandi a Pessoa, Pasolini, Marx, Saramago, ma è talmente ben mescolato e agito che poco importa a chi è dovuto. La babele di accenti, cadenze diverse, in un italiano studiato e parlato con  grande cura (cosa che ha mosso la gratitudine del pubblico) aggiunge eco importanti sulla necessità della tolleranza a prescindere dal credo, dalla provenienza. Uno dei momenti finali invece, in cui ciascun attore, finalmente nella propria lingua, racconta di sé a canone insieme agli altri, resta impresso nella memoria come la più alta, intensa, spirituale, irriverente preghiera laica udita in questi nostri tristi anni.

Monica Bonetto

 

 

 

 

 

 

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