
È immerso in un’atmosfera soffusa di poesia Le teste di Pallino, ma è come se parte dell’allestimento fosse rimasto nella mente dell’ideatrice, interprete e regista Francesca Brizzolara che, grazie alla produzione di SensoUnico/Tecnologia Filosofica, con questa pièce ha partecipatoalla XVI edizione della rassegna internazionale Incanti. Perché dati imprescindibili sono riportati solo sulla scheda introduttiva, carenza grave per uno spettacolo che deve vivere senza puntellarsi su note a piè di pagina.
È un’occasione mancata per realizzare un’opera che avrebbe avuto tutti gli ingredienti per ben figurare. Basterebbe sono qualche parola in più, alcuni raccordi testuali per dipanare una vicenda struggente ed importante. La storia è quella suggestiva del nonno di Francesca, Carlo Brizzolare, paracadutista della Folgore prigioniero in Egitto durante il secondo conflitto mondiale, superstite nella feroce battaglia di El Alamein. Nel campo di concentramento Carlo costruì dei burattini con cui ricreare lo spirito dei compagni, scrisse dei copioni e fece tournées teatrali di tenda in tenda; ritrovando i fantocci ad oltre sessant’anni di distanza, Francesca ha pensato di ravvivarli, dimenticando però di incastonare i cammei dei singoli burattini in un flusso di memoria da condividere. Francesca Brizzolara accenna alla guerra, fa parlare pupazzo gaudente Sandrone o la diva, cantante lirica, unica donna del campo, o ancora la morte, con teschio, manto plumbeo e falce, senza svelare apertamente il nesso tra sé e questi omini di cartapesta; cita il nonno, ne legge le lettere, ma lo spettatore distratto o ritardatario, a cui non sia rimasto impresso il nome dell’artista, non ha gli strumenti per capire ed apprezzare.
Tutto, troppo, è affidato all’intuito, all’immaginazione del pubblico. Il quadro conclusivo è icastico e toccante: Francesca apre una cassa consunta, ne estrae alcune belle teste di legno e sussurra “questi sono i sopravvissuti di El Alamein”. Peccato siano state criptiche tutte le scene precedenti.
Maura Sesia