Conta le stelle se puoi
È una lettura scenica, a parte qualche stralcio di monologo a memoria, Conta le stelle se puoi, lo spettacolo che Tangram Teatro ha strutturato sull’omonimo romanzo di Elena Loewenthal. Bruno Maria Ferraro lo interpreta con la collaborazione alla messa in scena di Ivana Ferri; l’impianto, suggestivo, è di Lucio Diana, che ha incorniciato la narrazione in un ambiente semplice: a destra dello spazio si staglia una parete candida di fogli appesi (fotocopie, frammenti di giornali, fotografie), a cui Ferraro attacca, di tempo in tempo, ritagli apparentemente infantili; talvolta la parete si fa schermo; sono significative anche le musiche di Ludovico Einaudi, che sottolineano certi passaggi. Ma l’operazione non è tra le più fortunate dell’ensemble torinese. Curiosa poi l’anteprima programmata proprio nel giorno della memoria, il 27 gennaio.

Bizzarra perché questo testo è volutamente deviante: descrive le vicissitudini di alcune generazioni di una famiglia ebraica come se Mussolini fosse morto nel 1924. E se si limitasse a questa invenzione, pensata non per negare il fascismo, il nazismo, le persecuzioni e i campi di concentramento, ma per provare ad immaginare la contemporaneità senza quelle macchie, non ci sarebbe nulla da eccepire. Però il falso storico si propaga, affermando altri dati fittizi e verosimili (come l’abdicazione del re e la nascita della Repubblica nel 1938) che in tempi odierni di ignoranza risultano quasi pericolosi. Alquanto bislacco quindi che per celebrare il giorno della memoria si sia scelta l’esaltazione di una fantasia.

La vicenda è quella complicatissima di una genia di ebrei, con il capostipite Moise Levi, nonno Moise, che arriva a Torino da Fossano e si dedica al commercio di tessuti; era venuto con un carretto di stracci, non teme la fatica, incappa nella buona sorte grazie all’abnegazione e ad una volontà ferrea. Si succedono gli intrecci, mogli, figlie, cognati, nipoti, avventure, abbandoni, lontananze. Ferraro è bravo a tracciare, quasi con la sola voce, i differenti quadri, alternando italiano e piemontese, dosando sapientemente le pause, gestendo con disinvoltura i toni. Ma non basta. Forse il soliloquio, troppo statico e alla lunga tediante, andrebbe dialogato. E forse la frase letta in chiusura, che spiega l’operazione, andrebbe anticipata in apertura. Perché il pubblico non ha mai l’obbligo di leggere le presentazioni.

Maura Sesia

 

 

 

 

 

 

 

 


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