
È un genere teatrale ibrido quello proposto da Silvia Battaglio del Tangram Teatro: la sua è parola danzata, azione detta e tratteggiata in quadri vivi, installazioni semoventi composte da giganti e pulsanti marionette. Verso Elettra è l’ulteriore tassello di un percorso di ricerca che ha avvicinato Battaglio alle icone della femminilità, analizzate attraverso chiavi di lettura originali. Dopo Ofelia e Maria di Nazaret, protagonista di questa pièce è l’eroina del mito greco, una figura dolente che incarna al contempo la fragilità e l’importanza del sistema famiglia.
Ha grinta e grazia l’autrice ed interprete nell’esprimere con il corpo le perplessità, i dubbi di Elettra, orfana, assassina, figlia, sorella, complice, colpevole, innocente. In scena con lei tre lemuri, statue, pupazzi umani disposti su basse pedane in fondo ed ai due lati: sono quel che resta del padre Agamennone (Davide Bernardi), della sorella Ifigenia (Maria D’Eredità) e della madre Clitemnestra (Amalia De Bernardis); figure mute e quasi immobili, sono le proiezioni della fantasia malata di Elettra, che attraverso questi oggetti antropomorfi vorrebbe ricostituire l’ordine familiare. Racconta il proprio strazio al fratello Oreste ormai in fuga, un’Elettra lacrimosa, mentre si affanna a correre da una pedana all’altra per ricomporre le posture edulcorate delle tre statue; nei desideri di Elettra, Clitemnestra sorridente cullerebbe una bambola, Ifigenia, che indossa un tutù, terrebbe in mano le scarpine, indicando così l’ingenua titubanza della fanciulla, Agamennone porterebbe la giacca con un’espressione severa e dignitosa.
Vani sono gli sforzi di Elettra. Le sue marionette umane si afflosciano mestamente. E’ il sogno di normalità che svanisce. Nell’evo antico come oggi. Infatti Elettra comunica con il linguaggio della contemporaneità: i riferimenti letterari sono di scrittori quali Yourcenar, Maraini, Centanni, Gualtieri.
Maura Sesia
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