Giuseppe Battiston È Orson Welles

Giuseppe Battiston è e non fa Orson Welles, nello spettacolo Orson Welles’ Roast, prodotto da Fondazione Teatro Piemonte Europa che ha sposato l’idea di Electric Twins Theatre e Imaie, sostenendo un progetto fortemente voluto da Battiston e dal regista e coautore Michele De Vita Conti. E’ un monologo d’aspetto precario ma cesellato nei minimi particolari.
È pregevole la cura del personaggio, con le sue movenze, i suoi abbigliamenti, le sue abitudini: fuma il sigaro e soffia nel microfono che, caso raro in teatro, è funzionale; veste un accappatoio bianco, una sorta di divisa buona per ogni occasione. Orson ammicca agli spettatori alternando momenti gridati di pura esaltazione a flemmatiche confidenze. Ogni sua opera è stata la più grande, ma nel resoconto assume importanza anche la passione per la prestidigitazione. Parla in italiano con accento anglosassone, ma ribadisce essere la sua una pronuncia perfetta.
C’è parte della sua storia, rigorosamente ispirata ad interviste e a situazioni davvero accadute. Così si tratteggia un genio nella sua completezza di uomo: ci sono l’incostanza, l’ingordigia (“il medico mi ha vietato le cene per quattro persone quando mancano le altre tre”), le sue invenzioni.
L’arrivo in Gran Bretagna, lo sfrontato approccio con il teatro classico, il talento, la visione dei protagonisti di Shakespeare, ma anche le regie stupefacenti, come quel Macbeth con gli attori neri. C’è il ricordo di una trasmissione radiofonica ormai storica, quella sul fittizio sbarco dei marziani, a cui in molti credettero. Dopo, per Welles, si spalancarono le porte del cinema. Alla cui evoluzione contribuì. La scena è povera, qualche baule e pochi ma preganti oggetti, un sapiente uso della luce.  
E’ quanto basta per lasciare spazio alla fantasia del pubblico che vola incantata.

Maura Sesia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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