
Debutta martedì 16 marzo alla Cavallerizza Reale (e resterà in replica sino al 21) “Io amo Helen”, spettacolo prodotto dal Tangram Teatro, realizzato con il sostegno del Sistema Teatro Torino, inserito nella stagione della Fondazione TPE e seconda tappa della rassegna organizzata dal Tangram “Elogio alla follia”. Lo ha scritto e lo interpreta l’attrice e danzatrice torinese Silvia Battaglio, affiancata sulla scena da Amalia De Bernardis, Patrizia Pozzi e Alessandro Curino.
Dopo Ofelia, Maria, Elettra, ancora un personaggio femminile emblematico.
Sì, anche se a differenza degli altri, Helen Keller è un personaggio collocato in un contesto storico, sociale e culturale preciso, più vicino a noi. Tuttavia ciò che mi interessa e mi muove verso un personaggio è la sua possibilità intrinseca di farsi metafora di qualcosa di più grande e profondo che va al di là della cronaca biografica: il suo divenire mezzo, filtro attraverso cui parlare di un argomento che mi sta a cuore. Nel caso di Helen l’argomento è la comunicazione, cosa significhi davvero comunicare, comprendere appieno il linguaggio dell’altro.
La storia di Helen Keller in effetti, sordo-cieca dall’età di due anni, è un lungo e travagliato cammino verso la conquista di un modo per relazionarsi e comunicare con gli altri...
Un cammino compiuto grazie alla sensibilità, l’intelligenza e la totale dedizione di Anne Sullivan, sua maestra e sua voce per molti anni: è lei che rivoluziona tutto, che le insegna il linguaggio dei segni, l’alfabeto manuale, il metodo Tadoma ed infine la renderà in grado di leggere in Braille e di parlare. A 24 anni Hellen Keller sarà la prima persona sordo-cieca a laurearsi in un college.
Anne Sullivan è la Anna ritratta nella celebre pellicola “Anna dei miracoli”. Quanto si è ispirata al film di Arthur Penn?
Avevo visto il film da ragazzina e mi aveva colpito molto, mi era rimasto dentro. Poi due anni fa, mentre ero a Perugia per uno stage, notai il dvd in una vetrina e d’impulso entrai a comprarlo. Riguardandolo, notai che la storia era stata tratta dall’autobiografia della stessa Helen. Me la procurai e scoprii un libro bellissimo, ricco di spunti, nel quale attraverso le vicende della protagonista si racconta la storia di una famiglia che grazie al cambiamento rinasce, trovando nuovi modi di interagire e relazionarsi. E’ dunque soprattutto a “La storia della mia vita” di Helen Keller che mi sono ispirata, seppur liberamente, per costruire il mio spettacolo.
Come è stato improntato il lavoro drammaturgico?
Ho individuato innanzitutto tre momenti fondamentali, che rappresentano tre tappe del suo entrare in comunicazione con il mondo esterno: il primo è quello dell’inconsapevolezza e in qualche modo del “disordine”, quando Helen e la sua famiglia, ciascuno per sé , convivono accettando apparentemente la “disgrazia” accaduta; il secondo coincide con l’arrivo della maestra che rompe il falso equilibrio regnante e sovverte schemi, impostazioni, convinzioni; il terzo è quello che io chiamo della rinascita, della comprensione, della scoperta dell’amore e , all’interno della famiglia, dell’apprendimento di un nuovo modo di approcciarsi l’uno all’altro. Su questi tre momenti si è svolto un lungo lavoro d’improvvisazione con i miei compagni, un lavoro principalmente fisico, agito sul piano simbolico, solo dopo è arrivata la parola.
La presenza di altri attori in scena dunque è qui più significativa rispetto ad altri suoi spettacoli precedenti
Sì, per la prima volta ho condiviso sia il percorso creativo che la rappresentazione vera e propria, affidando loro personaggi con i quali entrare costantemente in relazione: Amalia De Bernardis è la madre, Alessandro Curino il padre, Patrizia Pozzi l’insegnante, mentre io sono Helen.
È soddisfatta del lavoro compiuto?
A parte piccoli dubbi inevitabili all’avvicinarsi del debutto, direi di sì. Per un buon sessanta per cento è uno spettacolo di corpi, ma essendo la parola, qui più che mai, una conquista, credo che ci sia comunque un buon rapporto tra parola e corpo. Desideravo un lavoro scabro, che non avesse artifici, con poche luci, poca musica, e in questo Lucio Diana è stato un complice sensibile e prezioso. Unico intervento “esterno” durante lo spettacolo, la registrazione di tante risposte differenti ricevute da bambini, anziani, gente comune e uomini di cultura alla domanda “Cos’è per te comunicare?”.
Progetti futuri?
Ho in mente due progetti: il primo si distacca totalmente da quanto ho fatto sinora ed è una sorta di spettacolo-concerto su Giovanna D’Arco: l’intenzione è proprio quella di lavorare sulla musicalità della sua storia, sulla parola che si fa suono.
Il secondo invece, che sarà trattato in forma più tradizionale, è un lavoro sulla “Lolita” di Nabokov: in esso vedo infatti la possibilità di sviluppare un altro argomento che mi interessa molto, quello della dipendenza affettiva.
Monica Bonetto
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