
C’è un’atmosfera satura di energie al Maneggio della Cavallerizza Reale, lo spazio palpita di tensioni buone, quelle che preludono ad un debutto. Ultimi giorni di prove intense per Flags di Jane Martin, allestito da Acti Teatri Indipendenti e Fondazione Teatro Stabile Torino con il contributo di Regione Piemonte, il sostegno del Sistema Teatro Torino e la collaborazione della Fondazione Circuito teatrale del Piemonte, grazie a cui, ad Alba, il lavoro è stato proposto in anteprima senza scenografia. «Anche immaturo è andato molto bene» - afferma Beppe Rosso, regista e necessariamente («non ne avevo l’intenzione ma è andata così», sottolinea in sordina) anche attore. Création giovedì 14 gennaio in Cavallerizza, poi una decina di giorni di repliche fino al 24 gennaio. Acti Teatri Indipendenti è l’antesignana ed unica compagnia in Italia a rappresentare il teatro di Jane Martin.
Lei ha una predilezione per le triadi, tre erano i lavori del ciclo sugli emarginati, denominati Trilogia dell’Invisibilità, tre sono le pièces di Jane Martin con cui si è confrontato. Perché?
È una modalità – risponde concedendosi una breve pausa Beppe Rosso - che permette di comprendere un tema o un autore, per capire il suo mondo immaginario. Poi, rispetto a Martin, mi interessa molto il suo metodo di scrivere commedie contemporanee, in Italia quasi inesistenti.
Dopo l’aborto, la coppia, una guerra coeva: perché argomenti così spinosi?
Mi stupisce piuttosto che l’arte non si debba occupare di questi drammi, vicini anche a noi italiani. Qui però, dei soldati morti sui fronti lontani, a parte la fase commemorativa, se ne sa ben poco, non si conosce l’enorme dolore dei familiari, non c’è nessuno che ne scriva o ne parli.
Flags tratta di un padre americano a cui muore un figlio in Iraq; il genitore ha una reazione clamorosa, anarchica e pacifista: pianta la bandiera statunitense sul tetto ma rovesciata. Cosa esprime?
“L’incomprensione, l’incredulità, un conto è sacrificarsi per difendere la patria, un conto è soccombere in un paese distante, indecifrabile. Poi le vittime provengono spesso dalle classi povere, dove dedicarsi alla carriera militare è paradossalmente un modo per sopravvivere”.
E ha dovuto cercare un testo negli Stati Uniti?
Perché qui è come se questo non appartenesse alla cultura ma restasse cronaca, in Inghilterra sono stati scritti drammi sulla guerra in Iraq. Martin offre un buon materiale su cui riflettere, molto variegato e contraddittorio”.
Cosa significa per lei la protesta del padre, che poi è anche il suo personaggio?
Con quel gesto diventa il nemico, come se le sfumature svanissero e rimanesse solo il bianco ed il nero.
Non si è occupato spesso di belligeranza?
Ho realizzato uno spettacolo in piazza Palazzo di Città con un gruppo di musicisti sulla liberazione di Torino e poi “Solitudine” di Beppe Fenoglio, ma lì la guerra era trattata in maniera diretta, qui è indiretta, Flags si incentra sulle conseguenze e non sul conflitto.
Cosa l’attira nella drammaturgia di Martin?
Le strutture variabili delle sue opere; io ho messo in scena prima una commedia nera, poi una pièce sfaccettata con inserti di monologhi ed ora questa che miscela magistralmente commedia e tragedia, dove c’è anche un coro classico. Ad Alba il pubblico piangeva, pur ridendo parecchio.
C’è un denominatore comune nella trilogia?
La famiglia, quel nucleo che cementa la società occidentale ormai disgregata: Keely and Du è una storia successiva ad un divorzio in cui un personaggio, il prete, vuole ricostruire forzatamente il matrimonio; in Jack e Jill c’è un fluttuante rapporto uomo e donna, sposati, separati, poi ancora insieme, poi chissà, in Flags il perno padre madre figli deflagra.
Questa trilogia è opposta alla sua precedente, dedicata ai senza famiglia. È voluto?
No, ci ho pensato dopo. Ma sono percorsi fruttuosi anche perché si impara, durante.
Qui c’è un coro. Lei ha mai realizzato tragedie greche?
No, ma le ho studiate bene per questa regia.
Maura Sesia
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