interviste

GRILLI PER LA TESTA
INTERVISTA A AUGUSTO GRILLI

Quasi uno one man show: insolito per un caratterista, attore brillante e regista d’operetta, abituato a compagnie numerose; ma così ha deciso di festeggiarsi Augusto Grilli, direttore artistico del Teatro Alfa e dell’omonima compagnia, che ha superato i trent’anni di palcoscenico. Per onorare questo traguardo nel 2009 aveva concertato una pièce d’occasione, poi la buona riuscita e l’apprezzamento del pubblico hanno convinto Grilli a riproporla; così ora sabato e domenica 20 e 21 febbraio, sarà all’Alfa Grilli per la testa - storia della canzone italiana.

Cosa c’è dietro al simpatico calembour del titolo?
«C’è la storia della mia vita - risponde cortese Grilli - trent’anni di teatro professionale».

Come è nato lo spettacolo?
«Per gioco e per farmi un regalo. Poi la buona reazione degli spettatori mi ha quasi obbligato a riprenderlo, con qualche variante. Racconto avvenimenti della mia esistenza inframmezzati da una trentina di canzoni; sul palco ho con me tre strumentisti e cinque ballerine».

Non è solo in scena però, a differenza degli allestimenti a cui abitualmente partecipa, qui è l’unico a parlare. Perché?
«Ho voluto mettermi alla prova e indirettamente mi ha ispirato Massimo Ranieri con il suo Canto perché non so nuotare...perché non dovrei cantare io anche se so nuotare? A parte gli scherzi, non sono un mattatore o un monologante ma un attore di linea, un brillante serio, non faccio ridere per mestiere ma ho deciso lo stesso di espormi così e so di aver emozionato, fatto piangere...».

È così triste Grilli per la testa?
«No, ma è soffuso di malinconia ed anche di energia: credo nella forza di cambiamento che può avere uno spettacolo teatrale e nella sua indiscussa valenza sociale».

Prevale la musica o la memoria personale?
«Direi la musica, canto brani che ho interpretato lavorando o che hanno significato qualcosa per me, composti tra il 1920 ed il 1960; poi però ci sono anche autentiche rarità: proietto brevi film che realizzava mio padre negli anni ’40, di cui ero protagonista io da bambino».

Lo ha presentato solo a Torino?
«No, sono stato a Bologna ed ero in soggezione temendo di annoiare, ma una signora del pubblico mi ha confortato dicendomi che i miei ricordi sono comuni a tutti quelli della mia generazione».

Lei è ingegnere; non ha rimpianti professionali?
«No, per carità, mi dispiace anzi di non aver preso prima la decisione di lasciare l’azienda di famiglia; non ritengo i miei genitori colpevoli, a quell’epoca i ragazzi accettavano più facilmente quello che la famiglia chiedeva, quando avevo prospettato di iscrivermi all’Accademia d’Arte Drammatica mi avevano risposto che quello non era un mestiere, allora io ho soddisfatto i familiari rubando tutto il tempo possibile all’impiego ufficiale: facevo teatro in ogni occasione, sono stato comparsa in televisione e allo Stabile, poi figurante, ho fatto tutta la gavetta salendo gradino per gradino».

Suo figlio lavora in teatro: lo ha plagiato?
«Assolutamente no, ero molto preoccupato anzi di non influenzarlo, è stato del tutto libero di decidere, infatti dicendomi di voler fare il burattinaio ha scelto un settore che non amo tanto; mi piace vedere i burattini ma non li animerei”.
Quanto è importante per lei il teatro di figura?
“Molto, ma le marionette, che sono presenti anche in Grilli per la testa, protagoniste di numeri musicali».

Tutta questa passione per la musica da cosa deriva?
«Da mia nonna, sarta e melomane, ospitava un timpanista del Regio che ci regalava biglietti, a 6 anni frequentavo l’opera e nel ’46 e ’47 il teatro era una cerimonia, un rito; da bambino mi portavano un paio di volte alla settimana anche a vedere commedia, operetta, rivista; ho avuto un’infanzia ed una gioventù felici».

Il mondo della rivista: c’è un’icona che vuole citare?
«Wanda Osiris, la regina assoluta dello spettacolo di intrattenimento, l’ho applaudita in tutte le sue esibizioni».

C’è una figura che l’ha segnata professionalmente?
«Dario Fo, ci ho lavorato, ero giovane, facevo il giullare in un allestimento di quattro atti unici, l’unico di cui rammenti il titolo è La Marcolfa. Io bevevo quello che diceva agli attori, mi incantavo per come faceva regia, Fo è una delle pietre miliari del teatro italiano, per come sa mimetizzarsi in tanti diversi ruoli».

Maura Sesia

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