interviste

Teatro di impegno civile
Intervista a Cristina Voglino

Assemblea Teatro incentra spesso i suoi spettacoli sulle varie angolature dell’attualità, preferendo temi che risveglino la coscienza civile. Non si distanzia da questa impostazione una produzione in cantiere per il 2010. Però, la delicatezza dell’argomento e l’energia necessaria ad affrontarlo in palcoscenico meritano un’attenzione particolare. Ce ne parla l’autrice ed interprete Cristiana Voglino, che nel 2008 ha dato alle stampe Aiutami a non avere paura, pubblicato da Ega Editore con il contributo dell’Associazione Paideia. Lo spettacolo, previsto in prima nazionale ad aprile 2010, porterà il medesimo titolo. E’ dedicato ai bambini malati di cancro.

Quanto è lungo il passo dal libro al teatro?
Il libro racchiude quattro anni di storia anche personale, è una sorta di puzzle di contributi che ho assorbito e che mi hanno spinto ad andare avanti, manifestando sempre rispetto e stima per le fonti. Sinceramente, pur lavorando da tempo con Assemblea Teatro, non mi aspettavo che la compagnia si facesse carico del progetto che avevo elaborato con la mia Associazione Antescena. Invece Renzo Sicco non ha avuto dubbi.

Possiamo incasellare la pièce in un genere?
Potrebbe chiamarsi di teatro sociale o di impegno civile.

Però non si muove da temi lontani, conosciuti attraverso le cronache o la storia recente. C’è differenza tra un’opera che si sviluppa da spunti vicino a noi ed una che deriva da un fuori, anche se toccante?
“Quando si parte da storie vere, si arriva più presto ad identificare il messaggio. Qui, come nel libro, poniamo l’accento sulla pedagogia del coraggio e sul concetto di resilienza: sono le prime cose che si colgono in scena”.

Come dire, ai mali possiamo resistere?
“Resilienza deriva dalla fisica e dimostra come tutti i materiali hanno la capacità di sopportare una forza d’urto; riportando il concetto in psicologia, rispetto alla malattia e alla morte, l’importante è far capire che ognuno ha in sé le risorse per sostenere l’impatto: è una caratteristica antropologica di cui siamo dotati.

A che punto è la messinscena?
Sono pronti quaranta minuti dei settanta previsti al compimento.

Come inizia?
Comincia con l’esposizione del dramma, in breve tutti capiscono di cosa si tratta.

Come state redigendo il testo, lei e Gisella Bein?
L’obiettivo drammaturgico è quello di non spendere troppe parole ma di asciugare il linguaggio il più possibile. Non è teatro di narrazione, il parlato deve essere essenziale.

Lo recitate in due, lei ed Antonella Dell’Ara, che ha una formazione di teatro danza. Come interagite?
Antonella incarna i miei interlocutori ed il mio alter ego, è una presenza muta. Coinvolgendola, ho voluto sottolineare l’importanza del linguaggio del corpo, che in situazioni di dolore è fondamentale ed è più espressivo di qualsiasi discorso.

Uno spettacolo sui bambini si può fare senza farli recitare?
Certo, ed è preferibile. La bravissima scenografa Federica Rosso ha preparato un pupazzo a grandezza naturale, è un attore di pezza molto funzionale, ci aiuta a portare sul palco lo spirito ludico e le pulsioni affettive dell’infanzia. Quando si muove questo peluche è di una poesia incredibile.

Il libro è corredato da splendidi disegni dei bambini, li userete anche nella pièce?
Sì, saranno alle nostre spalle. Il disegnatore Alessandro Ugazio ha curato un’animazione di quei disegni; concorrono a ricreare quel magico mondo.

C’è musica?
Sì, in parte è composta ed in parte coordinata da Luca Morino.

E la regia?
È collettiva ma c’è un occhio esterno di Angelo Scarafiotti, che è un neo papà, e di Luisella Tamietto, per incrementare il rigore, garantendoci di lavorare sull’essenza.

Partecipano altri?
C’è la supervisione di 38 persone del comitato scientifico dell’Associazione Antescena.

Il libro, lo spettacolo, un sito internet (Aiutamianonaverepaura) dove si trovano i dettagli del progetto ed eventi collaterali. Quali?
Una mostra di disegni in collaborazione con la Fondazione Forma dell’Ospedale Regina Margherita. Dovrebbe occuparsene, a titolo volontario, il fotografo Guido Harari.

Perché ci si imbarca in un’avventura così?
Quando vivi un’esperienza hai bisogno di parlarne: è servito a me e desidero tanto che alla gente arrivi la mia urgenza di comunicare qualcosa che mi ha cambiato e cresciuto. Facendomi scoprire la pedagogia del coraggio.

Maura Sesia

 

 

 

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