INTERVISTE

SUL TEATRO A CORTE
INTERVISTA A PAOLO CANTU'


Le compagnie sono 31 ed altrettanti gli spettacoli, con 43 repliche totali; gli artisti provengono da otto nazioni, sei gruppi hanno ideato creazioni site-specific, cioè ad hoc, da collocare nella metà dei dodici suggestivi luoghi in cui si svolge la manifestazione, distribuiti tra otto comuni. Sono sette le dimore o i siti sabaudi mutati in palcoscenico, diciannove i debutti nazionali. Nonostante i tagli tardivi, la terza consecutiva edizione di Teatro a Corte, dal 10 al 26 luglio, offre un cartellone innegabilmente ricco; la prosa è relegata ad un ruolo secondario per favorire al massimo la comprensione smantellando le barriere linguistiche, quindi spazio all’azione con teatro danza, danza contemporanea, danse escalade, nouveau cirque ed affini, espressione corporea, performance, teatro di figura o equestre, installazioni interattive.
Gioie e dolori, ce li racconta il direttore organizzativo Paolo Cantù.

Si parte, ma il suo lavoro comincia o finisce adesso, si stempera o si affastella?
“Non c’è tregua fino all’ultima replica. Prima c’è una lunga fase di preparazione in cui far combaciare i vari tasselli, anzitutto perché un cartellone che non si svolge nei teatri mette di fronte a problemi molto diversi da quelli che presentano le stagioni abituali”.

Quali?
“Si devono instaurare buoni rapporti con le dimore sabaude: gli artisti ospitati si approcciano alle sedi con giusta meraviglia, noi organizzatori con amore ed odio. Dobbiamo relazionarci con le soprintendenze che giustamente si occupano di tutela e conservazione dei siti, mentre noi abbiamo l’esigenza prioritaria di allestirvi degli spettacoli. Finora l’intesa è stata ottima. Poi c’è l’aspetto economico da gestire: qualsiasi creazione alle regge ha costi spropositati rispetto alle sale, perché qui va ricreata una situazione teatrale partendo dal nulla”.

Qualche esempio?
“Ad Agliè, nel parco del castello, per la prima nazionale della Provincial Dances diretta da Tatiana Baganova in Post Engagement. Diptych. Part I/II abbiamo montato un palco nella fontana con le tribune sui bordi; per farlo abbiamo dovuto svuotare la fontana, che dopo aver sistemato il palco abbiamo di nuovo riempito d’acqua; naturalmente le stesse procedure varranno per lo smontaggio. Inoltre la compagnia si è talmente invaghita del posto che ha accettato di cambiare un particolare della messinscena: di solito usano uno schermo come fondale, qui, per non offuscare l’opera architettonica, hanno scelto di danzare con lo sfondo della Fontana dei Quattro Fiumi. Un altro esempio può essere Venaria Reale, dove in chiusura i francesi della Compagnie 9.81 presentano Coleomur, un lavoro di danza aerea: sono venuti a maggio ed hanno provato per dieci giorni sul retro, ora si sono spostati nella corte d’onore adattandosi volentieri ad una serie di limitazioni che in teatro non si sarebbero poste”.

Come sono gli artisti stranieri dietro le quinte?
“I francesi sono molto pignoli; le nazionalità più malleabili sono quelle del nord, russi compresi; i tedeschi sono precisissimi, in particolare la compagnia Pan.Optikum con lo spettacolo di macchine e fuoco Il corso ci ha mandato quindici allegati di schede tecniche”.

Piacciono i lavori pirotecnici?
“Sì, però ci creano problemi perché i fuochi d’artificio che usano gli artisti internazionali sono per la maggior parte vietatissimi in Italia. Pertanto ci si viene incontro”.

Si può definire popolare Teatro a Corte?
“Sì, abbiamo molto pubblico da sbigliettamento perché la fruibilità degli spettacoli è relativamente semplice e poi l’appeal è duplice ed è il tratto fondante del festival: coniugare località, quindi turismo e performance poco dialogate. E’ un matrimonio che, risultati alla mano, sta funzionando”.

Parliamo del programma: c’è qualcosa che consiglia caldamente?
“Mi piacerebbe citare lavori meno scontati, come quello d’apertura dei tedeschi Familie Floz, Hotel Paradiso, è eccezionale per tanti motivi, fanno teatro di figura con mascheroni grotteschi e molto affascinanti. E’ straordinario il Théâtre du Centaure, non solo per gli appassionati di equitazione; hanno una forza teatrale pazzesca intrisa di poeticità, è uno dei progetti più importanti e lo  coproduciamo: avevano folgorato gli spettatori l’anno scorso, c’è davvero una simbiosi tra cavalli e uomini che hanno chiesto di dormire nella foresteria del centro internazionale del cavallo di Druento per non allontanarsi dai colleghi con gli zoccoli; è stata un’avventura lunga e faticosa, il Théâtre du Centaure da un anno fa sopralluoghi, poi, una curiosità, nei contratti ci sono anche le diarie per i cavalli, che appena entrano in un altro stato devono essere sottoposti a visite veterinarie e vaccinazioni. Ricordo ancora la Compagnie Furiosas al Castello di Rivoli con
Slipping,
sono belgi e a mio avviso danzano davvero bene”.

Il Festival delle Colline Torinesi si è appena concluso passando il testimone a Teatro a Corte. C’è un gemellaggio?
“Sì, e se i tagli non fossero stati per entrambi così consistenti avremmo sviluppato altri progetti; però abbiamo comunque deciso di sostenere una pièce di un gruppo torinese giovane che conoscevamo e stimiamo, l’Associazione 15febbraio di Lorenzo Fontana e Roberta Cortese, che ha proposto Sport di Elfriede Jelinek. Al Festival delle Colline hanno portato il primo studio, al Teatro a Corte si vedrà il secondo studio”.

Maura Sesia

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