Madre e figlia abitanti di un universo dimenticato

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Nel lontano 1972 Lee Radzwill, sorella di Jacqueline Kennedy, commissiona un documentario sulla propria famiglia: due cineasti, David e Albert Maysles, si imbattono così in Grey Gardens, ieri elegante dimora sull’oceano, oggi tugurio colmo di sporcizie dove il tempo sembra essersi fermato, nelle cui stanze vivono autorecluse una madre e una figlia. Questo, in estrema sintesi, lo spunto da cui nasce Edith, lo spettacolo di Elena Serra e Chiara Cardea in prima nazionale al Teatro Gobetti, sabato 14 gennaio alle 19,30 e domenica 15 gennaio alle 15.30, come ultimo titolo della rassegna Il cielo su Torino: originale progetto teatrale con protagoniste due donne, Big Edie e Little Edie, icone negli anni 50 della vita mondana newyorkese, in seguito divenute simbolo di scandalo e decadenza. Ad Elena Serra abbiamo chiesto di presentare un lavoro che, insieme a Chiara Cardea, l’ha vista studiare e tradurre i dialoghi del film, approfondendo la vicenda di Big Edie e Little Edie per arrivare a scoprire curiose analogie con la propria biografia artistica.

Come è nata l’idea di un progetto intorno alla figura delle due Edith?

Insieme a Chiara Cardea si è deciso di tornare a lavorare insieme dopo quasi dieci anni in cui le rispettive strade artistiche si erano divise: l’attenzione si è da subito concentrata su di un preciso ambito, quello delle coppie femminili, ed il testo che più sembrava fare al caso nostro era Le serve di Jean Genet. L’idea di metter mano a questo testo, per una serie di svariati motivi, non ci ha convinto a pieno, e proprio mentre eravamo immerse nella riceca di nuove suggestioni e stimoli un comune amico ha accennato all’esistenza del documentario su Grey Gardens, pellicola dedicata ad una casa in rovina sull’oceano ed alla sue eccentriche abitanti, Edith Ewing Bouvier Beale e sua figlia Edith Bouvier Beale, rispettivamente zia e cugina di Jacqueline Kennedy. La visione del documentario ha rappresentato per noi un’immediata folgorazione, e da quel momento abbiamo deciso di mettere al centro del progetto di lavoro comune proprio le due Edith.

In scena due attrici per il ritratto di due donne e, forse di due generazioni: quale il rapporto tra Edith madre ed Edith figlia?

Il punto di partenza è stato il voler lavorare sulla componente psicologica dei due personaggi, assumendo come punto di vista predominante quello della figlia: sono due figure estremanente diverse che procedono per la loro strada, ma che almeno in un paio di punti si trovano a convergere. In primis nel rapporto con un’idea di arte che porta Edith figlia considerare realmente il genitore una grande cantante, proprio come la madre riconosce alla figlia un talento artistico fuori dal comune. La scelta stessa di autorinchiudersi nella dimora rappresenta per il genitore l’unica possibilità di poter continuare ad esercitare in totale libertà la propia indole artistica, ed al tempo stesso simboleggia una sorta di amorevole protezione verso la figlia così preservata da possibili contaminazioni del mondo esterno. Il secondo punto di contatto è il reale affetto che lega le due donne, un amore forse più adolescenziale che genitoriale che le porterà a vivere l’una in funzione dell’altra fino al decesso della madre: questa particolare lettura affettiva ci sembrava potesse anche simboleggiare il rapporto che spesso si instaura tra attore e regista. Entrambi, infatti, devo arrivare a provare una sorte di amore professionale l’uno per l’altro, a vivere una simbiosi e comunione di intenti per poter dar forma a quell’affinità necessaria ed indispensabile in ogni processo creativo ed artistico.

Entrando più nello specifico, quali i reali contenuti di cui si alimenta il progetto Edith?

Come già accennato al centro dell’indagine abbiamo un attento approfondimento sul rapporto tra le due donne e la definizione di una precisa idea di arte: ma anche, e soprattutto, la convinzione che il possibile rifiuto esercitato dalla società verso il singolo possa, in taluni casi, rappresentare un assoluto punto di forza per un possibile futuro riscatto. Il fascino di queste due figure è stato per noi un qualcosa di magnetico, e la loro condizione di emarginate, all’interno di quel microcosmo che sono gli squallidi spazi di Grey Gardens, non dipende tanto dall’essere povere e reiette, ma dalla coraggiosa e volontaria affermazione di un atto di coraggio e di indipendenza.

Il vostro lavoro alla fine non sarà però solo uno spettacolo: innumerevoli nei mesi scorsi le attività collaterali, feste ed incontri a tema o proiezioni cinematografiche, prepedeutiche alla diffusione dell’intero progetto. Quale il significato di questo lavoro a tutto campo?

Tutto quanto realizzato è sempre stato funzionale al miglioramento della componente drammaturgica, ed alla definizione di un confronto pubblico per noi molto utile nel prendere sempre piu coscienza della reale natura del progetto. In secondo luogo, con le trecento persone intervenute a vario titolo ai diversi incontri, siamo riuscite a creare punti di contatto comuni anche questi molto utili per il lavoro di costruzione dello spettacolo. Spesso a teatro chi recita parla un linguaggio e chi assiste ne parla un altro: e se lo spettatore si mette a disposizione per comprendere i diversi linguaggi della scena, talvolta da parte degli artisti non troviamo un’equivalente disponibilità. L’intero progetto Edith vuole essere una testimonianza della nostra volontà di andare verso il pubblico, di fare un primo piccolo passo per un incontro che possa essere utile e piacevole per entrambi.

Roberto Canavesi

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