Amelia Rosselli rivive grazie al duo Lanavesandri

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Debutterà il 12 gennaio, allestito nella Sala Pasolini del teatro Gobetti, Variazioni sulla Libellula – Allegro ma non troppo, lo spettacolo scritto diretto e interpretato da due affiatate ex-allieve della scuola del Tearo Stabile di Torino, Roberta Lanave e Camilla Sandri. Inserito nel cartellone della rassegna Il cielo su Torino, il lavoro si concentra sull’opera non solo poetica di Amelia Rosselli.  Abbiamo dialogato con le due autrici-attrici.

Com’è nato il vostro sodalizio Lanavesandri?

Roberta: Il sodalizio nasce principalmente dall’amicizia. Siamo state compagne di corso alla scuola del Teatro Stabile di Torino nel triennio 2009-2012 e abbiamo particolarmente legato. Quando ci siamo diplomate, Camilla è partita per un viaggio di sei mesi in Sudamerica. Al suo ritorno era galvanizzata e piena di voglia di fare, così mi ha chiesto di iniziare con lei un lavoro su Amelia Rosselli. Io ho detto “proviamoci” e così siamo partite.

Camilla: Il sodalizio nasce certo da un’amicizia ma anche da una stima reciproca e da una voglia di contaminazione. Siamo personalità molto diverse ma che, allo stesso tempo, si attraggono e questo ci ha sempre aiutato nella creazione. Ho sempre pensato che dopo tre anni passati insieme a studiare non dovessimo disperderci ma raccogliere finalmente i frutti di tanta maturata intimità scenica e che dovessimo farlo con un testo difficile e che sentivamo entrambe molto vicino.

Quando e come si è sviluppato il vostro interesse per l’opera e anche la biografia (suppongo) di Amelia Rosselli?

R.: Abbiamo conosciuto la poesia di Amelia Rosselli grazie a Sonia Bergamasco, nostra insegnante a Scuola. Usavamo le sue poesie come esercizio sul verso, ma abbiamo subito avvertito che qualcosa ci toccava più profondamente. Siamo quindi andate alla scoperta della sua biografia, la cui conoscenza è imprescindibile per affrontare e comprendere la sua opera. E ci siamo trovate davanti a un universo complesso e meraviglioso. Questa donna aveva una mente caleidoscopica e geniale, un’interiorità preziosissima e per forza di cose assai fragile. Sulle prime inoltrarsi nelle curve della sua vita suscita tenerezza, quasi pietà (e so di non farle torto, perché è una parola che lei amava molto). Tuttavia addentrandosi emerge una specie di forza, di grande luce, di magnifica combattività. Ed è questa contraddizione, unita alle tre lingue che si mescolano nella sua testa (poiché era nata in Francia da padre italiano e madre inglese), unita ancora agli studi musicali ossessivi, che dà vita al suo particolarissimo modo di scrivere. Da cui noi siamo state completamente rapite. Immediato e naturale, è nato il desiderio di lavorare su di lei per farla conoscere a più gente possibile e dire “sentite che bellezza! Sarete rapiti anche voi!”

C.: Ricordo che fin dai  primi giorni di studio su Amelia Rosselli, nel 2012, sentivo con lei un legame profondo. Le sue poesie nella mia bocca erano un continuo disvelamento, una rivoluzione nel dire e nel sentire come attrice. Da quel momento nasce l’urgenza di studiarla, approfondire la sua vita e la sua poetica, che è davvero toccante per raffinatezza, audacia e umiltà. Il suo personale modo di scrivere è una lezione infinita di libertà e rivoluzione ma che ha in sé una delicata e pregna relazione con i poeti del passato. Scoprire la Rosselli è stato riscoprire la poesia.

Qual è il contenuto dello spettacolo?

R.: Lo spettacolo è diviso in tre variazioni. Visto che, come dicevamo, conoscere la sua biografia è fondamentale per apprezzare appieno la sua poesia, nella prima variazione diamo le chiavi d’accesso alla seconda, che è il vero cuore del lavoro: l’esperimento teatrale a partire dal poemetto La libellula (panegirico della libertà). E diciamo esperimento proprio per onorare un altro nostro grande obiettivo: cercare una via. Questo intento coincide con il contenuto stesso dell’opera. In questo vortice ipnotico di versi liberi, Amelia Rosselli racconta la sua ricerca di un linguaggio autentico. Volendo allontanarsi sia dalla tradizione – tutta maschile – sia dall’avanguardia – nient’altro che una nuova forma di tradizione – Amelia comincia a cercare una modalità espressiva tutta sua, il più libera possibile da influenze e riferimenti, che aderisca e ripeta soltanto i reali moti del suo animo. E lo fa con un poemetto meta-linguistico, cioè mette in atto la ricerca parlando della ricerca stessa. La terza variazione è un saluto e un ringraziamento a lei.

C: Variazioni sulla libellula è per noi il luogo dell’esperimento, un luogo in cui “cercare” cosa significa essere toccati dalle parole e, allo stesso tempo, assumerle come proprie. Portare in scena un poemetto in versi sciolti scritto per la sola lettura è un affronto, un atto di coraggio per noi ma anche per il pubblico che ci ascolterà. Le Variazioni, infatti, chiedono allo spettatore di essere pronto a entrare e uscire dal senso compiuto delle parole, dalla realtà, per lasciarsi travolgere dal suono e dall’immagine. Con il titolo Variazioni sulla libellula, allegro ma non troppo ammicchiamo alla musica classica cercando con ironia di mettere in risalto quanto lo spettacolo sia una personale visione e interpretazione, una variazione sul tema appunto. Lo spettacolo, infatti, non ha la presunzione di raccontare Amelia Rosselli bensì di raccontare il legame tra noi e la sua scrittura.

Come vi siete confrontate -come autrici/registe/interpreti- con i versi di Amelia Rosselli?

R.: Abbiamo iniziato a lavorare su Amelia Rosselli nel 2013, appena diplomate alla scuola per attori. Allora – ma vale ancora adesso – ci trovavamo a un crocevia. Nessuna scelta è definitiva, ma ai giovani attori è richiesto di capire piuttosto in fretta chi sono, cosa vogliono e come vogliono presentarsi al grande mondo del teatro. Il fulcro contenutistico de La libellula è un’onesta ammissione di “non sapere”, che torna spessissimo, come un tormentone, e questo “non so…” risuonava in noi con una potenza misteriosa. Perciò ci siamo dette: mettiamo in scena questa fragilità, questo non sapere come si fa, cosa si è, cosa si può offrire a un mondo saturo e crudele come quello del teatro italiano. Insomma proviamo a stare in scena con la stessa sensazione di pericolo con cui lei scriveva. Questo è l’approccio “registico”, anche se davvero non si parla di regia, ma semmai di uno sguardo, un’interpretazione, una scelta.

Come interpreti ci tocca danzare su un filo ancor più sottile: i versi di Amelia sono complessi, sono musica, non si possono recitare troppo, ma allo stesso tempo non basta dirli. Vanno suonati, non cantati. Si insinuano nelle viscere senza che tu te ne accorga e allora il lavoro dell’attore è nel controllo dell’emozione. Controllo, non repressione. Insomma la sfida è ardua e noi proviamo ad affrontarla con tutta l’umiltà di cui siamo capaci.

C.:  Come autrici ci interessa mostrare tre momenti diversi che sono poi le “Variazioni” in cui la vita, l’opera e la morte della poetessa si parlano e dialogano in una sintesi che è poi lo sguardo dello spettatore. Ciò da cui è partito il lavoro è La libellula (panegirico della libertà), un poemetto a cui abbiamo messo mano cercando una drammaturgia a due che si smarrisce e si ritrova continuamente. In questo tentativo c’è stato molto lavoro d’attore sul verso e sulla relazione ma anche tanta intuizione. In prova ci domandiamo continuamente se stiamo facendo la scelta giusta e siamo in un continuo tormento su come trattare i Versi, come lasciarli suonare e dove invece trovare uno spazio per noi. Come dice Roberta, trovare la nostra via è il tentativo di questo lavoro, in cui ammettiamo a che punto siamo arrivate.

Laura Bevione

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