Elettra, ritmo straordinario e modernità dello scandaglio psicologico

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«Lo Stabile di Torino per me è una casa». Parla Giuliano Scarpinato, responsabile della regia, elaborazione drammaturgica e progetto scenico di Elettra di Hugo von Hofmannsthal, al Teatro Gobetti il 9 e 10 gennaio 2017 nell’ambito de Il cielo su Torino, il settore del cartellone dedicato alle realtà emergenti. Lo spettacolo è recitato da Elena Aimone, Anna Charlotte Barbera, Lorenzo Bartoli, Elio D’Alessandro, Raffaele Musella, Giulia Rupi, Eleonora Tata, Francesca Turrini, Valentina Virando ed è prodotto da Wanderlust Teatro.

«A Torino ho studiato, sono tornato a recitare e portarvi un lavoro che ho voluto, diretto e prodotto, è una bella emozione».

Come è arrivato a questa Elettra?
«Nacque per il Festival Dionisiache di Segesta due anni fa. Nel corso di una residenza creativa il direttore artistico mi chiese un testo che si inscrivesse nel programma realizzato per il suggestivo tempio dorico. Durante gli anni della scuola allo Stabile di Torino mi ero imbattuto in questa Elettra e mi aveva colpito il ritmo straordinario, la modernità dello scandaglio psicologico. È una storia eccezionale e universale, un interno famiglia pieno di ambiguità».

Lei qui è un regista, ma la Scuola dello Stabile non è un percorso di formazione per attori?
«Quasi per gioco Mauro Avogadro, che allora la dirigeva, decise di inserire tra i progetti di specializzazione del terzo anno una messinscena con un gruppo di allievi diretto da un altro allievo: così mi ritrovai regista; potevamo disporre di un piccolo budget e di tutte le scenografie dei magazzini. In quell’occasione mi accorsi che la regia mi entusiasmava».

Tornando a Elettra, ha vinto il Premio Attilio Corsini 2016 che è un riconoscimento rivolto ad artisti under 35: il suo è uno spettacolo giovane?
«Sì, perché Elettra è una storia di persone giovani. Va sottolineata la sproporzione tra la giovanissima età dei protagonisti e la responsabilità della missione che grava sulle loro spalle. I fratelli Elettra, Crisotemi e Oreste sono chiamati a vendicare il padre Agamennone ucciso dalla loro madre Clitemnestra, ma l’intreccio è ben più complicato. Agamennone, per andare alla guerra di Troia, sacrifica la figlia Ifigenia, Clitemnestra non lo perdona, nei lunghi anni di lontananza per il conflitto i coniugi si tradiscono, alla caduta di Troia Agamennone torna e Clitemnestra, con l’ausilio dell’amante Egisto, lo uccide. In Hofmannsthal il personaggio di Clitemnestra è gigantesco, perché la madre si rapporta quasi alla pari con la figlia Elettra raccontandole lo sfacelo del suo matrimonio e anche del suo amore, ormai spento, con Egisto. Clitemnestra è una donna consunta ed è come se chiedesse alla figlia la medicina».

Lei come ha selezionato gli attori?
«Volevo che fossero realmente giovani. Elena Aimone ha 33 anni, è Clitemnestra, recita la difficoltà di reggere  questo enorme dolore. Sono tutti dei pulcini schiacciati dalla ruspa della storia, è molto moderno, rispecchia la mia generazione, pressata dal peso di un passato non risarcito».

Il concetto di responsabilità secondo lei arriva al pubblico?
«Certi testi riescono a riportare in vita la funzione originaria del teatro, un rito da condividere che non pacifica ma suscita domande».

Qual è il motivo che l’ha indotta a preferire Hofmannsthal ai greci?
«A differenza dei precursori l’autore austriaco fa un’operazione di sintesi geniale, tra gli albori della psicanalisi e il mito millenario».

Maura Sesia

Teatro Gobetti
9 e 10 gennaio 2017

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