Buon compleanno Tedacà!

schinocca

Correva l’anno 2006 e in un’anonima sala del quartiere Parella iniziava un viaggio teatrale rivelatosi nel tempo tra le principali novità del panorama culturale cittadino: protagonisti un manipolo di allora giovani appassionati che all’insenga del motto “l’unione fa la forza” ha convogliato idee e progetti per dar corpo al sodalizio Tedacà-bellARTE, la cui assocciazione era in realtà già nata nel 2002.
Oggi, dieci anni dopo, gli appassionati di cui sopra sono di sicuro un po’ meno giovani, ma non per questo meno intraprendenti e coraggiosi: a pieno diritto entrati nel circuito teatrale cittadino, e non solo, con una programmazione che ha trasformato la sala di bellARTE in un luogo di aggregazione polivalente dove fare spettacoli e promuovere attività didattica, in due parole “far vivere” il territorio. Direttore d’orchestra di un’ensemble negli anni arricchitasi di nuove professionalità, con Simone Schinocca abbiamo provato a tracciare un primo bilancio della vita di Tedacà, conversazione che spazio dal “come eravamo” al “come siamo”, con un occhio di riguardo a progetti ed attività future.

Riavvolgiamo il nastro e torniamo indietro al 2006: raccontiamo l’inizio dell’avventura di Tedacà/bellARTE?
“Tutto è iniziato, quasi per gioco, nel 2002 con la nascita dell’Associazione Tedacà e nel 2006 con quella di bellARTE: lo spazio che oggi ci ospita era un’ex fabbrica che la Circoscrizione intendeva far rinascere con una nuova e specifica identità. E la prima volta che ci siamo entrati a colpire la nostra attenzione sono stati due elementi, la grande eco e l’incredibile luminosità delle sale: dieci anni fa eravamo un gruppo di ragazzi under 30 decisi nell’intraprendere questa nuova avventura sotto forma di scommessa per la quale, sin dal primo giorno, abbiamo investito tempo e risorse”.

In dieci anni tanto teatro ma anche danza, musica e canto, per un’offerta a tutto campo che ha trasformato la sala di bellARTE in un centro di aggregazione cuturale: quali i confini della vostra idea di arte?
“Tedacà, che in lingua aramaica significa giustizia, nasce in realtà come acronimo di Teatro-Danza-Canzone, le tre anime fondanti il progetto originario del 2002: nel nostro percorso artistico abbiamo sempre volutamente lasciato aperto il confine tra i differenti ambiti, rendendoci da subito conto come in quello spazio, prima mentale e poi fisico, non si potessero alzare barriere, semmai impegnarci in un’offerta a tutto campo che avesse come principali destinatari le scuole, i giovani, gli abitanti del territorio. Con il passare del tempo i riscontri sempre più positivi ci hanno spinto ad aprire ulteriormente le porte di bellARTE anche alle famiglie per l’organizzazione di feste private ed occasioni conviviali in cui i residenti sul territorio potessero sentire e vivere i nostri spazi come dei luoghi famigliari”.

Come compagnia teatrale percorrete in lungo ed in largo la nostra penisola: scorrendo il programma di bellARTE, è tuttavia evidente la grande importanza che continuate a riservare al radicamento sul territorio. Come è cambiato il rapporto con il quartiere che vi ha visto nascere?

“E’ cambiato tantisismo e sono due in assoluto gli elementi che ne testimoniano l’evoluzione: in primis quella dimensione di relazione che ci ha portato a dialogare veramente tanto, ed in maniera proficua, con gli abitanti del quartiere rispetto ai quali abbiamo sempre cercato di mantenere le porte aperte. In secondo luogo la consapevolezza che l’idea di poter vivere lo spazio come qualcosa di intimo, ed al tempo stesso di pubblico, si sia progressivamente accompagnata ad una costante ricerca di qualità artistica da coltivare in ambiti espressivi differenti. Alzando il livello dell’offerta la gente ci è venuta sempre dietro dandoci fiducia e ripagando i nostri sforzi come quando siamo riusciti a portare a bellARTE nomi del calibro di Emma Dante ed Alessandro Bergonzoni”.

Dal 2015 i destini di Tedaca si incorociano con quelli de Il Mulino di Amleto diretto da Marco Lorenzi: sinergia nata per caso o segnale di un preciso desiderio di intraprendere un percorso condiviso?

“Dal 2015 in realtà la famiglia si è allargata a tre componenti, Tedacà, Il Mulino di Amleto ed il gruppo I Demoni di provenienza genovese: tre tessere di un puzzle si sono combinate per la definizione di un nuovo ed inaspettato quadro di insieme. E se come Tedacà abbiamo portato il nostro contributo di attività sul territorio con particolare attenzione alla ricerca ed alla nuova drammaturgia, i ragazzi del Mulino ci hanno contagiati nell’attività di rivisitazione dei classici che così bene sanno fare: ed ancora i Demoni a fare da collante in un’ideale posto mediano tra le nostre due posizioni quasi antitetiche.
La forza è stata il voler lavorare ad un indirizzo comune, sempre all’insegna dell’alta qualità e della massima diversificazione, pur partendo da presupposti diversi e senza voler minimamente tradire le singole identità: l’aspetto più interessante, ed al tempo stesso di maggior auspicio per il futuro, è la definizione di un gruppo di artisti stabili che lavorano nelle tre compagnie all’interno delle quali portano ciascuno il proprio contributo in termini di esperienza e professionalità. Il tutto, è inutile dirlo, è anche sinonimo di un’importante continuità lavorativa, aspetto da non sottovalutare per i nostri tempi”.
Venendo all’attualità, siete freschi di debutto con l’ultima produzione, “Il sentiero dei passi pericolosi” di Michel Marc Bouchard: quale il significato di questo lavoro all’interno del vostro percorso artistico?
“Di sicuro è un progetto che fino a qualche anno fa non avremmo potuto affrontare, nuova tappa di un itinerario di crescita che oggi consente di metterci alla prova con sfide maggiormente impegnative. Ci piace viverlo come simbolo di una raggiunta maturità, e testimonianza diretta è il fatto che nei prossimi mesi, mentre saremo impegnati in una lunga tournee in giro per l’Italia con Il sentiero, a bellARTE continuerà ininterrotto l’impegno con scuole e famiglie, oltreché la ricca stagione teatrale: da qui al futuro speriamo di poter continuare a fare teatro per parlare dell’oggi, senza con questo ingorare le attese e le richieste del pubblico, ma rafforzando la missione originaria che è di vivere l’atto creativo come una strada per riflettere di noi, del nostro vissuto passato e delle nostre vite, presenti e future”.

Intervista a cura di
Roberto Canavesi

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