Biografia della peste

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Sono una presenza quasi inaspettata, in questa edizione del Festival delle Colline Torinesi, Luciana Maniaci e Francesco D’Amore, in arte Maniaci D’Amore. In tanta cura per la ricerca formale, per l’essere a ogni costo innovativi o provocatori o alteramente elitari, in tanto rigido rigore apparente cui diventa quasi inopportuno chiedere sostanza, eccoli lì, spudoratamente fuori schema, a presentare uno spettacolo dalla forma imperfetta, dalla drammaturgia che si impenna , si arrotola, devia su tratti infidi per forgiare all’improvviso battute folgoranti e inattese e magari perdersi un attimo dopo.
Il loro Biografia della peste è un racconto vago, cattivo, visionario e genuinamente anticonformista, spietato nello stigmatizzare qualunquismi radicati, tenuto in equilibrio volutamente precario tra comicità, tragedia e grottesco surrealismo.
Parla della morte e osa sfotterla, si fa allegoria ma non esita a dileggiare, banalizzare, sperperare belle intuizioni per poi ripescarle con squarci poetici che sorprendono e spariscono quasi senza traccia.
In scena, con un frigorifero, due personaggi senza età, giovani e vecchi al tempo stesso, vinti e ostinati, perduti e vitali, improbabili eppure profondamente veri. Lei, a tratti davvero irresistibile, ha tempi comici perfettamente calibrati e sonorità siciliane che colorano di mirata, assennata ferocia il suo agghiacciante eloquio materno; lui, a volte esageratamente macchiettistico, trova accenti di toccante e spaesata purezza.
Insieme sono complementari, paiono una coppia artistica affiatata e rodata da decenni, con una propria forza e un progetto artistico chiaro da perseguire con urgenza, nonostante tutto. E non ci è sembrato poco.

Monica Bonetto

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