Le folgoranti invettive di Pasolini

C’è ancora da stupirsi, oggi, per la lucidità e modernità di Pier Paolo Pasolini. Quanto folgoranti le sue invettive, quanto acuminate ed esatte le sue accuse ad un’Italia confusa e retriva. Curiosi i suoi Comizi d’Amore, film documentario degli anni ’60 in cui lo scrittore indagava temi scabrosi, l’amore e la sessualità, intervistando cittadini, giovani, vecchi, donne, uomini, contadini, narratori e poeti. Un’indagine elementare ma di raro coraggio, come sono tutte le verità invisibili e semplici, che però non si dicono. Antonio Damasco del Teatro delle Forme ha carpito un buon modello per riproporre i suoi, questa volta,  Comizi d’Amore, sul palcoscenico e non sullo schermo, interagendo con gli spettatori chiamati a rispondere a domande che sono la traslitterazione odierna di quelle di Pasolini, quindi non solo generico sesso ma anche unioni omosessuali, diritti per gli immigrati di seconda generazione e via così. Al di là delle premesse il pubblico non è poi troppo protagonista, la struttura dell’allestimento si compone di filmati di Pasolini, poi monologhi, brevi chiacchiere dal vivo con gli astanti, brani musicali ad hoc suonati eccezionalmente dal loro autore, Massimo Bubola, bravo e fin troppo schivo. Il progetto è in fieri, crescerà girando un po’ d’Italia ed incontrando persone diverse. Del debutto autunnale in quel della Cavallerizza Reale di Torino si testimonia la bontà dell’intuizione di Damasco, che recita e firma la regia, ma anche certi aspetti meno riusciti; oggi, rivolgersi ad una platea teatrale, valicando la quarta parete, imbastardisce subito il contesto, avvicinandolo ai degradati parterre televisivi. E’ una scelta rischiosa che non si percepisce come riproposta di un’arcaica collettività cosciente di gestire la democrazia ma quale bieco opinionismo da piccolo schermo. Meglio un’indagine precedente e qualche attore ad incarnare le autentiche risposte della gente. La drammaturgia poi è giustamente complessa ma certi passaggi non sono immediatamente intellegibili, come il volo pindarico che atterra su Primo Levi e poi sull’amore omosessuale in un campo di concentramento.

Damasco si è messo al servizio di Pasolini, è deferente e non si concede alcuna libertà, finanche nel castigato costume; in scena è meno efficace la collega Valentina Padovan, che pecca di rigidità. Complice della ricerca è il professore Tullio De Mauro. Il lavoro, per sua stessa natura, assumerà altre forme, si confida in una commistione più fluida, ma si osserva il prestigio storico dell’operazione, che ripropone immagini ai più sconosciute, di assoluta bellezza e pregnanza, in particolare quelle che vanno quasi a chiudere la pièce e che vedono, in qualità di intervistato, un altro grandissimo della nostra letteratura, saggio e disinvolto: il poeta Giuseppe Ungaretti.

Maura Sesia

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