12 suore slovacche

Che intensità in quello sguardo perduto di bimba cresciuta. È Katerina che parla, poi Sorella Rosa, l’io narrante del monologo 12 suore slovacche di Sonia Chiambretto, che ha debuttato in prima nazionale al Festival delle Colline Torinesi XVII nella suggestiva cornice della Chiesa dei Battù a Pecetto. Protagonista un’ispirata Elisa Galvagno, aiutata da un allestimento minimale ed al contempo fitto, preciso, stipato, evocativo; la cura è di Sergio Ariotti, che torna dopo parecchio tempo ad occuparsi in prima persona, con una mansione tra la supervisione e la regia, di messinscena; le immagini sono di Ernaldo Data. Una sedia a rotelle, una campanella, due seggiole dorate, un gatto di pezza, sagome di bambine ritagliate in fila, un manichino vestito, un Vangelo, un piccolo schermo su cui compaiono parole, non tutti gli oggetti sono usati, alcuni hanno la specifica funzione di segnare l’atmosfera, la confusione di cose ricrea il contesto serrato di un convento francese in cui erano portate le bambine della Cecoslovacchia: venivano tolte alle famiglie povere d’origine, con la promessa di farle studiare, anche se poi capitava che fossero condotte a lavorare. Ma non solo. Bambine plagiate, indotte a scegliere il convento come unica strada possibile.
Il testo è toccante, ha la forma che più si addice al pensiero detto, con le nude informazioni, gli slanci di poesia, i sottintesi, i silenzi, i dubbi e le esternazioni; ha la forza di non propugnare nessun credo, lasciando libero il pubblico; soprattutto, le parole vestono benissimo l’interprete, che ha saputo donare a questa figura, fragile ed entusiasta, bisognosa d’affetto, malata, sicura, estatica, una gamma di intenzioni vivide, grandi, pur nella piccolezza dello spazio scenico, che pare aprirsi alla luce delle speranze di lei. È uno spettacolo agile, adatto a qualsiasi cartellone. Fa parte del bel progetto Carta Bianca, che favorisce gli scambi culturali transfrontalieri. Merita molte repliche.

Maura Sesia

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