Su America Proust

È uno spettacolo che attrae e blandisce American Proust, della Compagnia Torcigatti e Kosmoki andato in scena alla Cavallerizza il 25 e il 26 novembre. Fa sorridere, diverte, lusinga, propone stacchi musicali gradevolissimi e perfettamente eseguiti, mostra video azzeccati che miscelano l’effetto nostalgia con la demenzialità sorniona, usa bene lo spazio della sala del Maneggio della Cavallerizza piazzando sulla balconata alta e centrale un assolo introduttivo di chitarra elettrica che in un attimo calamita sguardi, orecchie e attenzione, mostra compiaciuto il gioco che si è instaurato tra gli interpreti che paiono divertirsi davvero, insieme, mentre lo spettacolo scorre lieve.
E come se tutto questo non bastasse, ecco la parte colta, la citazione letteraria, la divulgazione lesta ed essenziale, la giustificazione di un titolo che suona benissimo già di per sé, anche se fuorvia, anche se in fondo, alla fine dello spettacolo, sebbene ci sia stato spiegato, non è poi così chiaro.
Dario Benedetto è un buon intrattenitore, mescola con astuzia alto e basso, letteratura e cabaret, narrazione erudita e greve goliardia e lo si segue sino in fondo senza fatica, cullati dai tanti contributi visivi e sonori resi dai suoi compagni di scena: Didie Caria (che firma con Benedetto lo spettacolo), Simone Arlorio e Damir Nefat.
Dunque sembrerebbe poco importante se a ben guardare vengono narrati pochi, sfilacciati e nemmeno troppo consistenti aneddoti pseudo-personali, per la cui giustificazione il nome di Proust diventa alibi potente e inattaccabile, e la teoria del “tempo perduto” pensiero vago ma che nobilita il tutto. Perché tutto regge, e la madeleine venduta al termine dello spettacolo è buona. E pazienza se è sola, poca, in un così bel pacchetto accuratamente infiocchettato che potrebbe contenerne altre.

Monica Bonetto

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