L’isola delle rose

È così di buon auspicio di questi tempi iniziare una stagione teatrale con il racconto di un sogno; ed è così insolito, anche, sentire un direttore artistico affermare che per combattere la crisi il segreto non è smettere di fare e cercar riparo, ma fare di più, tutti insieme, senza smettere di crederci, nemmeno un attimo. E poi, quasi anacronistica, quella parola: utopia. Irrisa, cacciata, ormai fuori moda, che improvvisamente torna a risuonare spudorata, a smuovere desideri di mondi possibili, di idee che non muoiono, di uomini non in vendita.
Ed è proprio dedicato ad un’utopia, dissennata e bellissima, lo spettacolo che inaugura il cartellone “Insolito 2011 – 2012” di Assemblea Teatro, storica compagnia ormai ultraquarantenne, ideali chiari e una rete di fratellanza artistica che copre mezzo mondo.
Lo spettacolo si intitola “L’isola delle rose” ed è proposto dalla formazione toscana Sine Qua Non; in scena due attori che sono anche gli autori del testo (insieme all’autrice radiofonica Claudia Ceroni), impegnati a raccontare il grande sogno di Giorgio Rosa, ingegnere bolognese che nel maggio del 1968 fece nascere al largo delle coste riminesi, 500 metri al di fuori delle acque territoriali italiane, una piattaforma di acciaio e cemento cui diede nome, in esperanto, di “Libera Teritorio de la Insulo de la Rozoj”. Divenne poi semplicemente, negli otto mesi che sopravvisse, prima che lo stato italiano decidesse arbitrariamente di farla saltare per aria, la Repubblica Esperantista dell’Isola delle Rose, un’idea semplice e deflagrante di libertà, un’utopia che aveva osato palesarsi e prendere corpo, il sogno dissennato del suo costruttore di “veder fiorire le rose sul mare”.
Una storia simile, così poco nota, dall’eco ribelle e struggente al tempo stesso, leggendaria e necessaria per i nostri tempi, è talmente potente da costituire di per sé materia di narrazione eccezionale, di straordinaria forza evocativa; e dunque regge comunque, anche quando lo spettacolo che la racconta è al contrario spento e confuso, con interpreti poco convincenti e scelte registiche che sfiorano la banalità. Ma forse la pecca più grave, sorprendente per due interpreti la cui specializzazione è l’improvvisazione teatrale, resta l’assoluta carenza di ritmo, la mancanza di quel misto di sensibilità e perizia che dona ai dialoghi , probabilmente anche ben costruiti, i tempi, le pause, le accelerazioni necessarie per farne buoni, coinvolgenti scambi di battute. Troppi e mal orchestrati infine anche i diversi piani narrativi, dalla voce fuori campo, ai filmati di repertorio, all’azione agita direttamente sul palcoscenico, alle citazioni di Cervantes (che non si può biascicare ad un microfono) sino alle considerazioni finali, intense e toccanti, cui la maldestra retorica interpretativa non può che recare danno.

Monica Bonetto

You may also like...