Le Sette Voci di Elena

Vintulerateatro si esprime in ambito tradizionale imbevuto di modernità, non rinuncia a tecnologia, preciso disegno luci, pur incentrando i proprii lavori sulla forza del corpo d’attore e sulla voce, sulla parola, talvolta sull’ironia, talaltra sulla malinconia. E’ una sfida ardua ed ammaliante Le Sette Voci di Elena, scritto per Paola Tortora, ovvero il perno della compagnia, dal poeta Manrico Murzi, ambasciatore cultura Unesco. Un monologo, la cui versione ottimale, secondo l’interprete e regista, vedrebbe l’interazione dal vivo con il pianista Luca Urciuolo; non sfigura però la colonna sonora registrata. Anche perché questo lavoro ha l’elasticità dei teli che caratterizzano i fantasmi delle figure incarnate dalla protagonista. La classicità, l’immagine inquietante di Elena, colei che ha scatenato il debordante massacro tra Achei e Troiani, è come se si frantumasse in mille sfaccettature popolari, dove non ci sono più confini di generi e la parola, pur regolata in endecasilladi, cristallina e poetica, si muta anche in dialetto, piacevolmente melodico, parzialmente incomprensibile. Elena ed il cavallo: Murzi ha tratto ispirazione da pochi versi dell’Iliade, in cui Elena, che sa, si pone sotto il cavallo di legno ed imita le voci delle mogli degli eroi greci, affinché si svelino, ma nessun rumore la compagna di Menelao ed amante di Paride riuscirà e percepire, nessuna deroga al destino, che pretende le sue vittime, che anela distrutta la città di Troia. Così Elena, infame, donna straziata tra passato e presente, in questa messinscena è una sorta di partoriente: l’attrice indossa un giubbotto da terrorista che contiene non bombe ma veli colorati che, sparsi nello spazio scenico, rappresentano ciascuno una donna, compagna o madre dei greci racchiusi nel cavallo. Queste stoffe versicolori e svolazzanti, Tortora le manipola, le indossa, ci si immerge e si materializzano i lemuri della furiosa Clitemnestra, di Penelope, di Egialea consorte di Diomede, di Peribea madre di Aiace, lamentano tutte le scarse notizie e la paura di saperli morti, alcune ricamano in dialetto le proprie sofferenze che, dette nelle lingue del sud, siciliano o partenopeo, risuonano giuste. C’è dolore, in questo viaggio nella memoria, ma c’è anche la grande tradizione dell’aedo greco, del narratore ramingo che perpetua le storie degne di essere propagate e lo fa in modo da farsi intendere da tutti, senza essere sempre intelligibile. Anche corpi, occhi, gesti, parlano.

Maura Sesia

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