Controluce e progetto PIP a INCANTI

Sono stati due gli spettacoli proposti da Controluce Teatro d’Ombre nel cartellone di Incanti, rassegna che la compagnia torinese organizza con passione e dedizione da ben diciassette anni. Il festival, dunque, è stato inaugurato da Ho un non so che nel cor (che invece di dolor gioia mi chiede), divertente ouverture pensata per e attorno a l’Agrippina di G.F. Haendel. Le tecniche del teatro d’ombre dialogano con la recitazione: Ariella Beddini è un’Agrippina adeguatamente pragmatica e seduttiva che, comodamente seduta in proscenio, anticipa e/o chiosa quanto prende vita sul telone banco posto alle sue spalle. E qui le ombre rievocano naufragi e incontri amorosi, ambizioni e compromessi, oggettivando la smania di potere e la voluttà, gli intrighi di corte e le strategie di sopravvivenza che muovono e sono mossi da Agrippina, abile amministratrice di se stessa e dei suoi interessi, familiari e politici. Lo spettacolo, benché realizzato con la raffinata maestria tecnica che da sempre qualifica gli allestimenti di Controluce, tuttavia non rivela alcuna significativa invenzione drammaturgica ovvero artistica; al contrario, assai più divertente e vitale ci è apparso Chat noir a nove code, sbarazzino e ironico divertissement con cui Controluce introduce l’erotismo nel mondo delle ombre. Cora De Maria e Rosa Mogliasso hanno ideato un microspettacolo riservato a pochi spettatori per volta e ispirato al cabaret e al burlesque di inizio Novecento. Le stilizzate figurine nere create dalle due artiste, solitamente pudiche e caste, diventano così impertinenti e spensieratamente “esplicite”, regalando un intermezzo divertente e affatto volgare al pubblico. L’infinita gamma espressiva del teatro di figura, d’altronde, era già stata sonoramente ribadita in Über das Marionettentheater, 1810, spettacolo finale del laboratorio PIP 2010 (Progetto Incanti Produce), ispirato al fondamentale saggio Il teatro delle marionette di Heinrich von Kleist. L’incantevole messa in scena, ideata e diretta dal celebre marionettista tedesco Franck Soehnle con un gruppo internazionale di professionisti del teatro di figura, è una sorta di poetica e “perturbante” esplorazione dell’universo delle marionette, capaci di insegnare loro stesse i movimenti da eseguire ai propri manovratori così come di comparire con i loro volti distorti e rughosi da un foglio di carta bianca accartocciato ad arte. Soehnle sposa con saldo entusiasmo la tesi di von Kleist, il quale sosteneva come la marionetta, non gravata dal peso della coscienza e delle costruzioni dell’intelletto, godesse di quella leggerezza e di quella grazia che l’uomo più non possiede. La marionetta, insomma, sarebbe realmente in grado di accompagnare l’uomo nella ricerca della disinvoltura e dell’armonia dei movimenti inevitabilmente perdute.

di Laura Bevione

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